Genesi 45
Cap. 45
Nel capitolo precedente Giuda ha difeso Beniamino a nome suo e dei suoi fratelli. Giuseppe lo ha lasciato parlare senza interromperlo, ascoltandolo con attenzione.
Fino a questo momento non ha svelato la propria identità ai suoi fratelli, poiché voleva che essi confessassero il loro peccato e poi si ravvedessero; non può esserci, infatti, il perdono se colui che ha peccato non si è ravveduto profondamente. Pensiamo ad Esaù, il cui pianto era rivolto all’aver perso qualcosa che possedeva, non per l’aver disprezzato un dono ricevuto da Dio e dall’averLo ferito.
Una serie di circostanze porta i fratelli di Giuseppe a confessare il loro peccato, perciò egli rivela loro la propria identità. Allo stesso modo Gesù si rivela agli esseri umani quando il loro cuore è giusto davanti al suo cospetto e quando l’atteggiamento è quello dovuto: l’umiltà è la prima qualità richiesta, poiché l’uomo deve riconoscere di essere indegno del perdono e bisognoso di ogni misericordia. I figli di Giacobbe non meritavano di venir perdonati da Giuseppe, avendo compiuto un peccato abnorme nei suoi confronti, ma ottengono grazia, ossia un perdono non dovuto.
Dio è nemico degli orgogliosi e dei superbi, ma versa la sua grazia sugli umili.
Nel capitolo precedente i figli di Giacobbe, nella persona di Giuda, dichiarano di essere degli iniqui e di aver commesso un atroce peccato nei confronti di un loro fratello.
Poi ha anche rivelato la convinzione di Giacobbe che suo figlio era morto sbranato da un animale, perciò non lo aveva più cercato in tutti questi anni: ora Giuseppe comprende l’amore per lui e la sofferenza provata da suo padre per tutto questo tempo; vede anche il sincero pentimento dei fratelli per il peccato di un tempo, l’amore per il padre ed il fratello più piccolo. Quindi ritiene che sia giunto il momento per svelare la propria identità.
In questo capitolo troviamo:
Giuseppe che si fa riconoscere dalla sua famiglia;
Il Faraone che dà l’ordine di far trasferire in Egitto tutta la famiglia di Giuseppe;
Giacobbe che riceve con gioia la notizia.
Di fronte all’umiltà dimostrata dai suoi fratelli Giuseppe si commuove e si rivela a loro.
Vs. 1. Allora Giuseppe non potè più contenersi davanti a tutto il suo seguito e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!» Nessuno rimase con Giuseppe quando egli si fece riconoscere dai suoi fratelli.
Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli. Essi conoscevano il suo nome egiziano, “Safnat-Paneac”
Vs. 2-3. Alzò la voce piangendo; gli Egiziani lo udirono e l’udì la casa del faraone. 3 Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Io sono Giuseppe; mio padre vive ancora?» Ma i suoi fratelli non gli potevano rispondere, perché erano atterriti dalla sua presenza.
I fratelli sono senza parole comprendendo che questo uomo, che credevano essere un Egiziano, in realtà era loro fratello. Certamente avranno anche provato un grande terrore, credendo ormai imminente la resa dei conti ed il meritato giudizio.
Vs. 4. Giuseppe disse ai suoi fratelli: «Vi prego, avvicinatevi a me!» Quelli s’avvicinarono ed egli disse: «Io sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste perché fosse portato in Egitto.
Con grande chiarezza denuncia il loro peccato, però poi proclama l’azione di Dio sulla sua vita lungo il corso di tutti questi anni; Egli deve essere riconosciuto in ogni circostanza della nostra esistenza.
Vs. 5. Ma ora non vi rattristate, né vi dispiaccia di avermi venduto perché io fossi portato qui; poiché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita.
Dio è sovrano nella vita di Giuseppe ed ha usato anche l’azione più malvagia per la Sua gloria. Ha mandato Giuseppe in Egitto in qualità di schiavo perché poi fosse un salvatore per le nazioni.
Allo stesso modo anche noi cristiani possiamo vivere le difficoltà come un momento voluto da Dio per perseguire uno scopo, oppure ripiegarci su noi stessi, amareggiarci, indurire il cuore ed allontanarci dal Signore. Infatti, ogni essere umano deve attraversare delle difficoltà, nessuno può illudersi di venirne sottratto, perciò a noi sta la scelta circa il modo di vivere tali eventi. La pioggia cade sui giusti e sugli ingiusti, perciò dobbiamo predisporre l’animo verso l’atteggiamento corretto da adottare ed includere Dio nei nostri pensieri. Un evento negativo non è certamente gradito e non dobbiamo fingere che lo sia, ma se confidiamo nel fatto che il Signore ha sotto controllo tutta la nostra vita, allora dobbiamo essere certi che tale circostanza ha un senso ben preciso, anche se non lo comprendiamo.
Giuseppe è un uomo misericordioso e perdona i suoi fratelli prima che essi glielo chiedano.
Notiamo la cura speciale che Dio dimostra per Israele.
Egli conosce i fatti storici della vita umana fin dall’inizio dei tempi, perciò ha preparato le risorse per la casa di Giacobbe in vista della carestia.
Opera per mezzo di paradossi: l’invidia e la rivalità dei fratelli di Giuseppe avevano rischiato di distruggere la famiglia di Giacobbe, invece servirono per mantenerla in vita; Giuseppe non sarebbe mai stato il salvatore della sua famiglia se i fratelli non lo avessero odiato e venduto come schiavo.
Vs. 6-7. Infatti, sono due anni che la carestia è nel paese e ce ne saranno altri cinque, durante i quali non ci sarà raccolto né mietitura. 7 Ma Dio mi ha mandato qui prima di voi, perché sia conservato di voi un residuo sulla terra e per salvare la vita a molti scampati.
Qui è la fede di Giuseppe: egli non ha certamente capito il piano di Dio fin dall’inizio, ma si è affidato nelle mani del Padre, lasciando a Lui tutto il controllo della sua vita. Ora ha compreso il senso di tutto ciò che ha vissuto.
Dio desidera compiere una grande opera nella nostra vita, ma anche noi, come Giuseppe, dobbiamo essere disponibili a vivere il carcere e la schiavitù, ossia quelle sofferenze che ci permettono di essere conformati all’immagine di Cristo.
In 2 Corinzi 4:8-9 Paolo descrive le proprie sensazioni circa le circostanze della sua vita:
8 Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; 9 perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi;
Il cristiano può essere schiacciato, ma non deve essere distrutto perché la sua vita è nelle mani di Dio.
Leggiamo nuovamente, ma in modo più ampio:
2 Corinzi 4:7-11. Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi.
Dio ha uno scopo nella nostra sofferenza ed è quello che da essa emerga la Sua gloria; nessuno deve guardare noi e vedere le nostre doti, ma l’agire potente di Dio attraverso la nostra vita. Noi siamo vasi di terra, difettosi e corrotti e, guardandoci, le persone devono chiedersi: come può essere felice in questa situazione? Come può Dio servirsi di una persona così?
8 Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; 9 perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non uccisi; 10 portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo; 11 infatti, noi che viviamo siamo sempre esposti alla morte per amor di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale.
Dobbiamo morire a noi stessi affinché Egli possa vivere in noi, dobbiamo diminuire affinché Egli cresca e operi con potenza.
Ebrei 12:14-15. Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore; 15 vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio; che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia e molti di voi ne siano contagiati;
L’amarezza deve essere sradicata dalla nostra vita, non solamente messa da parte, perché inquina il nostro corpo, si radica ed è sempre pronta a riemergere. Ci contamina ed ha un effetto negativo anche sugli altri, perciò dobbiamo liberarcene, mettendo Dio al primo posto nella nostra vita e chiedendo liberazione.
Giuseppe ha perdonato totalmente i suoi fratelli ma, dopo la morte di Giacobbe, essi temono una qualche ripercussione:
Genesi 50: 15-21. I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?»
Sono passati 17 anni da quando si sono spostati in Egitto, eppure la loro coscienza rimorde ancora e temono una vendetta.
16 Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest’ordine: 17 "Dite così a Giuseppe: Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male". Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse.
Giuseppe piange per la quarta volta.
18 I suoi fratelli vennero anch’essi, si inchinarono ai suoi piedi
Di nuovo si realizza il sogno.
e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». 19 Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio?
Pensiamo quanto Dio ha perdonato a noi e allo stesso modo facciamo con gli altri; sarà Dio a fare giustizia.
20 Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: (cita Romani 8:28)per conservare in vita un popolo numeroso. 21 Ora dunque non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli». Così li confortò e parlò al loro cuore.
Vs. 8-12. Non siete dunque voi che mi avete mandato qui, ma è Dio. Egli mi ha stabilito come padre del faraone, signore di tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto. 9 Affrettatevi a risalire da mio padre e ditegli: "Così dice tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto; scendi da me, non tardare; 10 tu abiterai nel paese di Goscen e sarai vicino a me: tu e i tuoi figli, i figli dei tuoi figli, le tue greggi, i tuoi armenti e tutto quello che possiedi. 11 Qui io ti sostenterò (perché ci saranno ancora cinque anni di carestia), affinché tu non sia ridotto in miseria: tu, la tua famiglia e tutto quello che possiedi". 12 Ecco, voi vedete con i vostri occhi, e mio fratello Beniamino vede con i suoi occhi, che è proprio la mia bocca quella che vi parla.
Vuole dare subito a suo padre la gioia di saperlo vivo e di conoscere quanta potenza possiede in quel paese straniero: sapeva che queste notizie sarebbero state come un grande sollievo per l’anziano genitore.
Goscen era la regione egiziana che confinava con Canaan.
Vs. 13-20. Raccontate dunque a mio padre tutta la mia gloria in Egitto e tutto quello che avete visto; e fate che mio padre scenda presto qua». 14 Poi si gettò al collo di Beniamino, suo fratello, e pianse; e Beniamino pianse sul collo di lui. 15 Baciò pure tutti i suoi fratelli, piangendo. Dopo questo, i suoi fratelli si misero a parlare con lui. 16 Intanto la voce si diffuse nella casa del faraone, e si disse: «Sono arrivati i fratelli di Giuseppe». Questo piacque al faraone e ai suoi servitori. 17 Il faraone disse a Giuseppe: «Di’ ai tuoi fratelli: "Fate questo: caricate le vostre bestie e andate, tornate al paese di Canaan; 18 prendete vostro padre, le vostre famiglie e venite da me; io vi darò il meglio del paese d’Egitto e voi mangerete il grasso della terra". 19 Tu hai l’ordine di dire loro: "Fate questo: prendete nel paese d’Egitto dei carri per i vostri bambini e per le vostre mogli; conducete vostro padre e venite. 20 E non vi rincresca di lasciare la vostra roba; perché il meglio di tutto il paese d’Egitto sarà vostro"».
Il Faraone offre alla famiglia di Giuseppe quanto di meglio c’è in Egitto.
Giuseppe era andato in Egitto a preparare un posto per la sua famiglia, dove i beni di Canaan sono un nulla rispetto a quelli che avrebbero trovato in quella terra;
Gesù è andato a preparare un posto meraviglioso per la sua sposa, dove i beni terrestri saranno un nulla rispetto a quello che troveremo nella Gerusalemme celeste.
Vs. 21-24. I figli d’Israele fecero così e Giuseppe diede loro dei carri, secondo l’ordine del faraone, e diede loro delle provviste per il viaggio. 22 Diede un abito di ricambio per ciascuno, ma a Beniamino diede trecento sicli d’argento e cinque mute di vestiti; 23 a suo padre mandò questo: dieci asini carichi delle migliori cose d’Egitto, dieci asine cariche di grano, di pane e di viveri per suo padre durante il viaggio. 24 Così congedò i suoi fratelli e questi partirono; ed egli disse loro: «Non ci siano, durante il viaggio, delle liti tra di voi».
Giuseppe conosce la loro indole e sa che essi sono litigiosi per natura, tanto più ora che l’inatteso ritrovamento del fratello rendeva presente e vivo il ricordo delle colpe passate; probabilmente si sarebbero accusati vicendevolmente degli avvenimenti di tanti anni prima, ma Giuseppe desidera che guardino avanti, dimenticando ciò che è stato.
Vs. 25-28. Essi risalirono dall’Egitto e giunsero nel paese di Canaan, da Giacobbe loro padre. 26 Gli riferirono ogni cosa, dicendo: «Giuseppe vive ancora ed è governatore di tutto il paese d’Egitto». Ma il suo cuore rimase freddo, perché egli non credeva loro. 27 Essi gli ripeterono tutte le parole che Giuseppe aveva dette loro. Quando egli vide i carri che Giuseppe aveva mandato per trasportarlo, lo spirito di Giacobbe loro padre si ravvivò. 28 E Israele disse: «Basta, mio figlio Giuseppe vive ancora; io andrò e lo vedrò prima di morire».
La famiglia di Giacobbe sta vivendo la carestia, ma il patriarca non sottolinea la ricchezza che gli viene offerta, quanto il fatto che finalmente potrà riabbracciare suo figlio.