2 Samuele 20

2 Samuele 20:1-22
Craig Quam

Cap. 20.

Ribellione di Sceba e sua fine.

Nella vita di Davide si è appena conclusa una grande tragedia, eppure ecco che un altro fatto doloroso si abbatte su di lui. Nel versetto precedente, il re Davide viene conteso da alcune tribù e tutti sembrano desiderare di appartenergli. Qui vedremo come tale sentimento si dimostri fittizio e temporaneo, poiché al minimo problema in molti gli volteranno le spalle. Non tutti, infatti, erano suoi seguaci nel profondo del cuore.

Qui è la differenza tra i veri seguaci di Cristo e coloro che si professano cristiani solo con la bocca. Cristiani si diventa per convinzione, attraverso il ravvedimento, la conversione ed il porre la fede in Cristo. Analogamente, il popolo di Israele dichiara di essere seguace di Davide, eppure lo è solo mentalmente, e con il cuore lo ha abbandonato per seguire Absalom. Ora che il re sta tornando al potere, tutti gli uomini delle varie tribù si schierano dalla sua parte, solamente perché egli è il vincitore. In questo capitolo vediamo, infatti, che il loro seguire Davide dura per breve tempo. 

Sceba è un uomo della tribù di Beniamino. (Beniamino significa “il mio potere, la forza del mio braccio destro”).

Vs. 1-2.  Si trovava là un uomo scellerato di nome Sceba, figlio di Bikri, un Beniaminita, il quale suonò la tromba e disse: "Non abbiamo alcuna parte con Davide e nessuna eredità col figlio di Isai! O Israele, ciascuno alle proprie tende". 2  Così tutti gli uomini d’Israele abbandonarono Davide per seguire Sceba, figlio di Bikri. Ma gli uomini di Giuda rimasero uniti al loro re e lo accompagnarono dal Giordano fino a Gerusalemme. 

E’ sufficiente la comparsa in scena di un uomo qualunque e tutto Israele cambia rapidamente opinione. Sceba significa “uomo di Baal”, uomo malvagio, senza valore, uno scellerato. E’ un beniamita, ossia della tribù di Beniamino, il cui nome significa “il contare sulla propria forza, sul proprio braccio destro”. A tale tribù apparteneva Saul, il quale, appunto, contava molto nelle proprie capacità umane e nella propria sapienza, mai nell’Eterno. Tale uomo esalta se stesso, suona la propria tromba per attirare la gente e gli stolti lo seguono. Anche oggi, se vediamo delle persone che si esaltano, non le dobbiamo seguire, perché non vengono da Dio: chi ama il Signore è umile e lascia che sia Lui ad esaltarlo.

Sceba afferma di non avere alcuna parte di Davide, e Israele, che ha appena asserito il contrario, appoggia subito la sua affermazione. Da ciò comprendiamo che di Gesù dobbiamo avere l’interezza, non accontentarci di 10 parti, come aveva affermato Israele, altrimenti tale porzione corrisponde al nulla. Gesù ha detto che dobbiamo essere un tutt’uno con lui, che dobbiamo essere caldi, poiché chi è tiepido verrà vomitato dalla sua bocca.

Al contrario, gli uomini di Giuda restano con lui, totalmente attaccati a lui, come fossero un solo pezzo. Qui è la differenza tra i veri figli di Dio e coloro che dichiarano a parole di essere cristiani. I figli di Dio lo seguono in ogni tempo, i falsi cristiani lo fanno solo quando egli è vincitore, non nelle avversità, e lo abbandonano per seguire un uomo scellerato.

La nostra eredità nel Signore.

Sceba afferma di non avere alcuna eredità con Davide, ma i cristiani ne hanno una molto consistente nel Signore, il figlio di Davide:

1 Pietro 1:3-9.     Benedetto sia il Dio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, a una viva speranza per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti, 4  per un’eredità incorruttibile, incontaminata e immarcescibile In cielo abbiamo un’eredità incorruttibile, che non può essere toccata da alcuno, che non può marcire, incontaminata al pari di Cristo, puro e senza peccato, conservata nei cieli per voi Dio è colui che si sta occupando del mantenimento della nostra eredità e abbiamo un posto prenotato alla mensa del Padre 5  che dalla potenza di Dio mediante la fede siete custoditi, per la salvezza che sarà prontamente rivelata negli ultimi tempi. La potenza che ci conserva e porta avanti è quella di Dio, non la nostra. 6  A motivo di questo voi gioite anche se al presente, per un po’ di tempo, dovete essere afflitti da varie prove, L’eredità che abbiamo in Dio non ci può essere toccata da alcuno e questo pensiero ci dona molta gioia. Nella terra, però, dobbiamo vivere molte prove, le quali hanno un motivo per esistere: 7  affinché la prova della vostra fede, che è molto più preziosa dell’oro che perisce anche se vien provato col fuoco, risulti a lode, onore e gloria nella rivelazione di Gesù Cristo, 8  che, pur non avendolo visto, voi amate e, credendo in lui anche se ora non lo vedete, voi esultate di una gioia ineffabile e gloriosa, 9  ottenendo il compimento della vostra fede, la salvezza delle anime. La nostra fede va provata per vedere se è genuina. 

Attorno a Davide vi erano persone che con grande facilità lo hanno abbandonato poiché la loro fede non era genuina; poi vi erano coloro che appartenevano alla tribù di Giuda, i quali sono rimasti con lui in ogni circostanza: essi erano i veri adoratori.

Motivo per il quale gli Israeliti vennero meno nel seguire Dio.

Ebrei 3:12-4:2.     State attenti, fratelli, che talora non vi sia in alcuno di voi un malvagio cuore incredulo, che si allontani dal Dio vivente, 13  ma esortatevi a vicenda ogni giorno, finché si dice: Oggi, perché nessuno di voi sia indurito per l’inganno del peccato. Il peccato è ingannevole: il nemico ci fa indurire pian piano, fino a quando non cadiamo nella sua trappola. 14  Noi infatti siamo divenuti partecipi di Cristo, a condizione che riteniamo ferma fino alla fine la fiducia che avevamo al principio, 15  mentre ci è detto: "Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nella provocazione". 16  Chi furono infatti quelli che, avendola udita, lo provocarono? Non furono tutti quelli che erano usciti dall’Egitto per mezzo di Mosé? 17  Ora chi furono coloro coi quali si sdegnò per quarant’anni? Non furono coloro che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto? 18  E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che furono disubbidienti? 19  Or noi vediamo che non vi poterono entrare per l’incredulità. 1  Perciò, poiché rimane ancora una promessa di entrare nel suo riposo, abbiamo timore perché qualcuno di voi non ne resti escluso. 2  Infatti a noi come pure a loro è stata annunziata la buona novella, ma la parola della predicazione non giovò loro nulla, non essendo stata congiunta alla fede in coloro che l’avevano udita. Paolo afferma che la buona novella è stata annunziata anche agli antichi ebrei, i quali l’udirono ma non cedettero. La fede produce le opere, le quali non salvano, però sono un frutto certo di una fede genuina. 

Davide vede Israele voltargli le spalle all’improvviso, proprio quando riteneva di aver lasciato dietro di sé tutte le difficoltà: finché saremo su questa terra non dobbiamo meravigliarci se i problemi si susseguiranno. Dio non ci esenta dalle difficoltà, ma ci ha insegnato chi siamo e quale futuro ci attende, in gloria, con Gesù. Davide vede il popolo scagliarsi contro di lui al seguito di Sceba, beniamita della tribù di Saul, come Scimei, un uomo pieno di rancore. Nella discendenza del serpente c’è un odio profondo contro quella del Messia e continui tentativi per annientarla. Tuttavia Dio ride di fronte a questi sforzi e, anzi, li usa a suo favore.

Vs. 3.  Quando il re Davide entrò nella sua casa a Gerusalemme, prese le dieci concubine che aveva lasciato a custodire la casa, e le mise in un domicilio vigilato; egli le sostentava ma non entrava da loro; così rimasero rinchiuse fino al giorno della loro morte, in uno stato di vedovanza. 

Davide purifica la sua casa dalla corruzione che vi si era introdotta. Non caccia le sue concubine per riedificare la casa su nuovi fondamenti, poiché è egli stesso la causa della sua rovina. Il male e la contaminazione ci sono, e Davide ne subisce le conseguenze; tuttavia se ne separa pubblicamente per essere un vaso nobile, santificato all’Eterno. Allo stesso modo, anche i cristiani devono ritirarsi dal male.

Vs. 4-7.  Poi il re disse ad Amasa: "Radunami gli uomini di Giuda entro tre giorni e tu stesso trovati qui". 5  Amasa dunque partì per radunare gli uomini di Giuda, ma tardò oltre il tempo fissatogli. 6  Allora Davide disse ad Abishai: "Sceba, figlio di Bikri, ci farà adesso più male di Absalom; prendi i servi del tuo signore e inseguilo perché non si procuri delle città fortificate e ci sfugga". 7  Sotto il suo comando andarono gli uomini di Joab, i Kerethei, i Pelethei e tutti gli uomini più valorosi, uscirono da Gerusalemme per inseguire Sceba, figlio di Bikri. 

Amasa è nipote di Davide e generale di Absalom, contro Davide stesso. Era poi passato dalla parte di quest’ultimo, divenendo capo dell’esercito al posto di Joab. Ora lo troviamo al suo primo incarico, tuttavia non lo porta a termine nel modo richiesto.

Ci chiediamo come mai Davide dia l’ordine di radunare gli uomini di Giuda ed essi, invece, non siano andati all’attacco contro Sceba di loro spontanea volontà. Viene da pensare come sia facile partecipare alle vittorie, mentre ci si dimostra restii nell’andare in battaglia. Molte persone amano le situazioni comode, così come è facile proclamarsi cristiani, ma molto più ostico è il rischiare qualcosa in prima persona. Qui, infatti, vediamo che Amasa non riesce a radunare gli uomini di Giuda in tre giorni, o a causa della loro indolenza, o per la sua incapacità personale.

Davide, quindi, ordina ad Abishai, fratello di Joab, di attaccare Scheba, poichè non è il caso di concedergli altro tempo.

Vs. 8-10. Quando essi giunsero vicino alla grande pietra che è in Gabaon, Amasa venne loro incontro. Or Joab indossava un’uniforme militare, sopra la quale portava la cintura con una spada nel fodero attaccata ai fianchi; mentre avanzava, la spada gli cadde. 9  Joab disse ad Amasa: "Stai bene fratello mio?". Quindi Joab con la destra prese Amasa per la barba per baciarlo. 10  Amasa non fece attenzione alla spada che Joab aveva nell’altra mano; con essa lo colpì al ventre e le sue viscere si sparsero per terra senza colpirlo una seconda volta, e quello morì. Poi Joab e Abishai suo fratello si misero a inseguire Sceba, figlio di Bikri. 

Joab uccide Amasa a tradimento ed in modo vigliacco, con premeditazione e non per effetto di una lite improvvisa. Finge amicizia con Amasa, lo chiama “fratello”, finge di baciarlo, invece impugna la spada per trafiggerlo. Pensiamo anche al momento in cui il fatto accade: stavano andando incontro ad un nemico comune ed avrebbero fatto meglio ad essere uniti per affrontarlo assieme. Joab allora riprende il suo posto da comandante e così Davide, per paura del male che Sceba avrebbe potuto fare, ricade nelle mani di Joab e non consulta l’Eterno.

Vs. 11-13.  Intanto uno dei giovani di Joab era rimasto presso Amasa e diceva: "Chi vuol bene a Joab e chi è per Davide segua Joab!". 12  Ma Amasa si rotolava nel sangue in mezzo alla strada. Quando quell’uomo si accorse che tutto il popolo si fermava, trascinò Amasa fuori della strada in un campo e gli buttò addosso un mantello, perché vedeva che tutti quelli che gli arrivavano vicino si fermavano. 13  Quando fu rimosso dalla strada, tutti proseguirono al seguito di Joab per inseguire Sceba figlio di Bikri. 

Il corpo di Amasa viene allontanato dalla via, poichè tutti si soffermavano a guardarlo, e coperto con una coperta: il fatto di nascondere il frutto del nostro peccato agli occhi del mondo non ne determina la scomparsa. Il fatto che una cosa non sia visibile, ciò non ci autorizza a pensare che non sia mai esistita. Il peccato, infatti, è sempre noto a Dio, il quale ne chiede la vendetta.

Si può supporre che Davide sia stato informato della vicenda e che abbia cominciato a riflettere su di essa con rammarico per non aver fatto giustizia su Joab per la morte di Abner e per aver esposto Abner, designandolo generale. E’ anche possibile che la coscienza gli facesse ricordare di aver utilizzato Joab nell’assassinio di Uriah.

Vs. 14-15.  Joab passò attraverso tutte le tribù d’Israele fino ad Abel e a Beth-Maakah. E tutti i Berei si radunarono e lo seguirono. 15  Andarono poi ad assediare Sceba in Abel di Beth-Maakah e costruirono un terrapieno contro la città che si ergeva vicino alle mura; tutta la gente che era con Joab cercava di danneggiare le mura per farle cadere. 

Al seguito di Sceba non ci sono poi tante persone, come egli aveva creduto in un primo momento, bensì solamente un gruppo di ribelli. Si rifugia nella fortezza di Abel-Beth-Maakah, a nord, nel territorio di Neftali, come vediamo in 1 re 15:20. I suoi sostenitori sono Berei, originari di Beerot di Beniamino.

Joab si dirige contro Sceba.

Vs. 16-21.  Allora una donna saggia gridò dalla città: "Ascoltate, ascoltate! Vi prego dite a Joab di avvicinarsi, perché gli voglio parlare!". 17  Quando le si fu avvicinato, la donna gli chiese: "Sei tu Joab?". Egli rispose, "Sono io". Allora ella gli disse: "Ascolta le parole della tua serva". Egli rispose: "Ascolto". 18  Ella riprese: "Una volta solevano dire: "Chiederanno consiglio ad Abel, perché così il problema era risolto. 19  Siamo una delle città più pacifiche e più fedeli in Israele; e tu cerchi di far perire una città che è una madre in Israele. Perché vuoi distruggere l’eredità dell’Eterno?". 20  Joab rispose: "Lungi, lungi da me l’idea di distruggere e di devastare. 21  Le cose non stanno così, ma un uomo della contrada montuosa di Efraim, di nome Sceba, figlio di Bikri ha alzato la mano contro il re, contro Davide. Consegnatemi lui solo e io mi allontanerò dalla città". La donna disse a Joab: "Ecco, la sua testa ti sarà gettata dalle mura". 

Davanti alla città di Abel, una donna saggia ferma lo spargimento di sangue e fa consegnare Sceba, il vero colpevole.

Vs. 22-25.  Allora la donna, con la sua saggezza si rivolse a tutto il popolo; e quelli tagliarono la testa a Sceba, figlio di Bikri, e la gettarono a Joab. Questi fece suonare la tromba e tutti si allontanarono dalla città, e ognuno andò alla propria tenda. Joab tornò quindi a Gerusalemme presso il re. 23 Joab era a capo di tutto l’esercito d’Israele; Benaiah, figlio di Jehoiada, era a capo dei Kerethei e dei Pelethei. 24  Adoram era preposto ai tributi (Davide comincia a richiedere il pagamento delle tasse); Giosafat, figlio di Ahilud, era cancelliere; 25  Sceva era segretario; Tsadok e Abiathar erano sacerdoti; e Ira di Jair era capo dei ministri di Davide. 

La corte di Davide è restaurata.

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