1 Samuele 4
Cap. 4.
Vediamo l’attuarsi della giustizia di Dio sulla casa di Eli.
Israele sconfitto dai Filistei che si impadroniscono dell’Arca. Morte di Eli e dei suoi figli.
Questo capitolo presenta la rovina del sacerdozio e di tutto il popolo. Ma l’Eterno è con Samuele, e tutto ciò che egli dice in profezia diviene realtà. In questo modo, il giudizio pronunciato avrà sicuramente luogo.
Vs. 1. La parola di Samuele era rivolta a tutto Israele.
Sembra che le profezie di Samuele non fossero prese in considerazione a quel tempo dagli Israeliti, che andarono contro i Filistei senza sentire il suo parere. Probabilmente i capi del popolo disprezzavano la sua giovane età e non lo consultavano, tant’è vero che il suo nome non viene menzionato più per alcuni anni. Tuttavia la gente comune correva da lui e tutti conoscevano la profezia circa la casa di Eli.
Or Israele uscì a combattere contro i Filistei e si accampò presso Eben-Ezer, mentre i Filistei erano accampati presso Afek.
Eben-Ezer è il nome qui menzionato per far comprendere il luogo in cui si svolse il combattimento. In realtà tale nome gli fu dato tempo dopo e, al tempo dei fatti, si chiamava Mitspah. Tale fatto è importante poiché Mitspah sotto i Giudici, come Ghilgal sotto Giosuè, erano per Israele i luoghi di adunanza davanti a Dio. Ma ora il nome di Mitspah non ha più significato per il cuore del popolo e non è nemmeno pronunciato.
Giudici 11:11. Jefte quindi andò con gli anziani di Galaad e il popolo lo costituì suo capo e condottiero; e Jefte ripeté davanti all’Eterno a Mitspah tutte le parole da lui dette prima.
Giudici 20:1. Allora tutti i figli d’Israele si mossero, da Dan fino a Beer-Sceba e al paese di Galaad, e l’assemblea si raccolse come un sol uomo davanti all’Eterno a Mitspah.
Giudici 21:1-5.Or gli uomini d’Israele avevano giurato a Mitspah, dicendo: "Nessuno di noi darà sua figlia in moglie a un Beniaminita". 2 Poi il popolo venne a Bethel, dove rimase fino a sera davanti a DIO; e alzò la voce e pianse dirottamente, 3 e disse: "O Eterno, DIO d’Israele, perché mai è avvenuto questo in Israele, che oggi sia venuta a mancare una tribù in Israele. 4 Il giorno seguente il popolo si levò al mattino presto, costruì in quel luogo un altare e offerse olocausti e sacrifici di ringraziamento. 5 Poi i figli d’Israele dissero: "Chi è fra tutte le tribù d’Israele, che non sia salito all’assemblea davanti all’Eterno?". Poiché avevano fatto un giuramento solenne contro chiunque non fosse salito davanti all’Eterno a Mitspah, dicendo: "Quel tale sarà messo a morte".
Il popolo ha dimenticato la presenza di Dio e, di conseguenza, non lo consulta nemmeno. Il risultato è immediato: Israele viene sconfitta dai Filistei, che dominano per 40 anni.
Vs. 2. Poi i Filistei si schierarono in ordine di battaglia contro Israele; infuriò un gran combattimento, ma Israele fu sconfitto dai Filistei, che uccisero sul campo di battaglia circa quattromila uomini.
Israele viene sgominata e perde 4000 uomini poiché il peccato è al suo interno.
Vs. 3. Quando il popolo fece ritorno nell’accampamento, gli anziani d’Israele dissero: "Perché l’Eterno ci ha oggi sconfitti davanti ai Filistei? Andiamo a prendere a Sciloh l’arca del patto dell’Eterno perché venga in mezzo a noi e ci salvi dalle mani dei nostri nemici!".
Israele non comprende la causa della propria disfatta, in quanto non ha coscienza della propria deplorevole condizione. Viene convocato un consiglio di guerra e, invece di inginocchiarsi davanti all’Eterno, digiunare e cambiare vita, decidono di risolvere la situazione in modo umano. Per rifarsi del colpo subito, cercano di associare l’Arca, ossia il trono di Dio, al loro stato di rovina, come era stata associata al popolo all’inizio della storia di Israele. Non pensano di presentarsi davanti all’Eterno, per sapere da lui la causa del suo abbandono. Sembra quasi che si lamentino del comportamento del Signore e che vogliano discuterne con Lui. Comprendono che è Dio l’autore della loro sconfitta e questo è già un elemento positivo.
Pensano di poter obbligare Dio a mutare la condizione del popolo portando l’Arca nel campo. Gli anziani sono talmente stolti e ignoranti da avanzare tale proposta ed il popolo la porta a compimento.
Vs. 4. Così il popolo mandò a Sciloh a prendere di là l’arca del patto dell’Eterno degli eserciti che siede fra i cherubini, e i due figli di Eli, Hofni e Finehas, erano là con l’arca del patto di DIO.
Mandano a prendere l’Arca a Sciloh ed Eli non dimostra abbastanza coraggio da impedirlo, anzi lascia che i suoi empi figli si allontanino con essa, sebbene sapesse che ovunque fossero andati sarebbero stati maledetti da Dio.
L’Arca era venerata dal popolo poiché rappresentava la presenza di Dio, il quale aveva affermato di dimorare tra i due cherubini (Es. 25:21-22), che erano trasportati con essa. Certamente Israele pensava che, dimostrando rispetto per l’Arca, avrebbero spinto Dio ad agire in loro favore. In questo modo, al contrario, dimostravano di essersi allontanati dalla fede autentica e di essere più fedeli ai rituali che a Dio. Avere zelo per il Tempio e per l’Arca non significa averne per l’Eterno del Tempio e dell’Arca. In questo caso Israele fece dell’Arca un’immagine di Dio e, quindi, un idolo, parimenti agli idoli adorati dai pagani. Infatti, adorare Dio in modo sbagliato e lontano dalla Sua volontà significa non adorarlo affatto. Il popolo agisce in modo folle, pensando che la presenza dell’Arca avrebbe assicurato loro la vittoria; al tempo di Mosè, invece, c’era la certezza che ogni benedizione veniva dal Padre e che non era possibile usare alcun metodo per spingere Dio ad aiutarli con la sua presenza. L’Arca era un involucro, ma se l’Eterno non era più con loro, essa non era in grado di fare nulla.
Inoltre, stavano disobbedendo ai comandi di Dio, che nella Legge aveva ordinato di stabilirsi a Canaan e di porre l’Arca in un luogo ben definito. Il popolo doveva recarsi da Essa, mai viceversa. Stavano trasgredendo agli ordini dell’Eterno e allora, come potevano sperare di ottenerne il favore? Viene affidata alle mani di Hofni e Fineas, due iniqui sacerdoti, che non erano certamente degni di toccarla. Israele commette errori su errori ed Eli non si muove per impedirli.
Dio lascia che portino l’Arca e si istalla tra loro come giudice, non come liberatore. Giudica ogni cosa, il sacerdozio, il popolo e gli avversari, dopo che la sua gloria è andata via da Israele.
Vs. 5. Quando l’arca del patto dell’Eterno entrò nell’accampamento, tutto Israele esplose in un grido di gioia così forte che la terra stessa tremò.
Ora Israele è certa della vittoria e grida di gioia. Le persone carnali si gloriano delle cose esteriori quali le cerimonie religiose e pensano che tali cose possano salvarli.
Vs. 6-8. I Filistei all’udire il fragore di quel grido, dissero: "Che significa il fragore di questo grande grido nell’accampamento degli Ebrei?". Vennero poi a sapere che l’Arca dell’Eterno era arrivata nell’accampamento. 7 Così i Filistei ebbero paura, perché dicevano: "DIO è venuto nell’accampamento". Ed esclamarono: "Guai a noi! Poiché una tale cosa non è mai avvenuta prima. 8 Guai a noi! Chi ci salverà dalle mani di questi dei potenti? Questi sono gli dei che colpirono gli Egiziani con ogni sorta di piaghe nel deserto.
Il nome di Dio era conosciuto perfino dagli idolatri, che ora si preoccupano del pericolo che correvano combattendo contro Israele. Infatti la coscienza naturale fa comprendere all’uomo di essere in condizioni precarie qualora si pone contro Dio. Essi, tuttavia, avevano le idee confuse e ritenevano che fosse proprio l’Arca ad avere un potere divino, non Dio, e che quest’ultimo fosse presente solamente ora nel campo, proprio mettendolo in relazione con l’Arca. La confondono con Dio, anche perché vedono gli Israeliti che l’adorano, quale fosse una divinità.
Vs. 9. Siate forti e comportatevi da uomini, o Filistei, affinché non diventiate schiavi degli Ebrei, come essi sono stati schiavi vostri. Comportatevi da uomini e combattete!".
Invece di battere in ritirata o di cercare di stabilire la pace, i Filistei sottovalutano Dio e decidono di lottare con maggiore impegno. Si sentono ancora più forti e non intendono sottomettersi al nemico.
Ecco qui il resoconto sintetico dell’esito della battaglia:
vs. 10. Così i Filistei combatterono e Israele fu sconfitto; e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu veramente grande; d’Israele caddero trentamila fanti.
Israele è sconfitto, l’esercito viene disperso e totalmente annientato. Proprio essi che avevano attaccato il nemico con rinnovata baldanza, ora retrocedono e tornano alle tende sconfitti ed umiliati. Tremila uomini sono morti e Israele, il popolo di Dio, è falcidiato dai Filistei, degli incirconcisi. Erano stati attaccati, privati della libertà, offesi dagli oppressori, eppure, pur essendo nella ragione, non hanno successo. Hanno esperienza come guerrieri, sono coraggiosi, gridano quando il nemico trema, eppure, quando Dio decide, le paure dei Filistei diventano vittorie e l’esultanza un lamento. Erano il popolo prediletto, l’Arca era con loro, ma il loro cuore non era con Dio ed Egli li punisce.
Vs. 11. Anche l’arca di DIO fu presa e i due figli di Eli, Hofni e Finehas, morirono.
Il popolo sembra riconoscere la potenza di Dio, poiché al giungere dell’Arca lancia un grido fortissimo, che fa tremare la terra. Ritiene che la presenza esteriore di Dio sia sufficiente per rifarsi della sconfitta subita. Invece il Signore accetta che il mondo apparentemente diventi suo vincitore; in realtà si adempie la profezia di Samuele: l’Arca di Dio, data nelle mani dei nemici, li giudica. Così è di Cristo: colui che è stato rigettato, disprezzato, battuto, umiliato, viene da Dio stabilito giudice dei vivi e dei morti.
Le grida trionfanti del popolo divengono grida di angoscia, di chiasso e di tumulto: Israele è colpito e il sacerdozio distrutto.
L’uccisione dei due sacerdoti non fu una grande perdita per Israele, visto il loro comportamento malvagio, ma fu l’adempimento del giudizio sulla casa di Eli. Essi, infatti, non avevano compiuto il proprio dovere davanti a Dio ed il loro padre non era intervenuto per correggerli. L’Eterno prende la situazione nelle proprie mani ed emette un giudizio spietato anche perché essi, alla fine della loro vita, hanno anche spostato l’Arca, operando secondo la volontà umana e non per il volere di Dio.
L’Arca viene catturata dai nemici, fatto che denuncia la disapprovazione da parte di Dio ed il suo giudizio sul popolo. Ora essi devono comprendere l’errore commesso, ovvero l’aver riposta più fiducia nell’Arca che in Dio stesso e rimpiangere di averla spostata da quello che era il suo posto, per esporla ad un pericolo tanto grande. Dio qui dimostra di preferire la presenza dell’Arca nelle mani nemiche, piuttosto che saperla presso dei falsi amici e delle persone superstiziose. Che nessuno, dunque, pensi di proteggersi dall’ira di Dio nascondendosi dietro ad un’esteriore professione di fede, poiché molti verranno gettati nelle tenebre pur avendo mangiato e bevuto alla presenza di Cristo.
Luca 13.26-27. Allora comincerete a dire: "Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze". 27 Ma egli dirà: "Io vi dico che non so da dove venite, via da me voi tutti operatori d’iniquità.
Vs. 12. Un uomo di Beniamino corse dal campo di battaglia e giunse a Sciloh quello stesso giorno, con le vesti stracciate e la testa coperta di terra.
La notizia della disfatta arriva velocemente a Sciloh, luogo dell’adorazione, dove giunge un uomo dalle vesti stracciate e dalla testa coperta di terra. Questi erano i segni esteriori della rovina. Alcuni ipotizzano che l’uomo fosse Saul.
Vs. 13. Quando arrivò, ecco, Eli era seduto sul suo sedile ai margini della strada, guardando, perché il suo cuore tremava per l’arca di DIO. Come l’uomo entrò in città e riferì dell’accaduto, un grido si levò da tutta la città.
Ecco come la città accoglie la notizia:
All’arrivo dell’uomo Eli è seduto al margine della strada sul suo sedile, ma viene superato dal messaggero, che porta la notizia direttamente in città. La gente grida, ogni volto diviene scuro e tutti sanno che la sconfitta di Israele è anche una calamità per Sciloh. Infatti l’Arca, tolta ben presto dalle mani dei Filistei, non verrà mai ristabilita nel tabernacolo, il candeliere sarà tolto dal suo posto e la città cadrà in rovina. Dio abbandonerà il Tabernacolo di Sciloh, dal momento che gli Israeliti lo hanno cacciato da lì; la tribù di Efraim, che per 350 anni era stata benedetta dalla presenza dell’Arca, perderà tale onore poiché Dio porrà l’Arca presso Giuda , dal momento che gli uomini di Sciloh non l’hanno riconosciuto quando sono stati visitati.
Salmi 78:66-68. Percosse i suoi nemici alle spalle e li coperse di un eterno vituperio. 67 Ripudiò la tenda di Giuseppe e non scelse la tribù di Efraim, ma scelse la tribù di Giuda, il monte di Sion, che egli ama.
Molto tempo dopo a Gerusalemme fu ricordato l’abbandono di Sciloh da parte di Dio e le fu detto di considerarlo come un ammonimento:
Geremia 7:12. "Ma andate ora al mio luogo che era a Sciloh, dove avevo inizialmente posto il mio nome e vedete che cosa ne ho fatto a motivo della malvagità del mio popolo Israele.
Gli Israeliti avevano ben ragione di gridare di disperazione quando seppero che l’Arca era stata sottratta dal nemico.
Ecco come Eli accoglie la notizia:
Attende con ansia e timore. Sebbene sia cieco, vecchio e grasso non riesce a rimanere a casa, ma si porta fino alla strada per ricevere le notizie tempestivamente. Pensa al disonore che avrebbe coperto l’Arca di Dio in caso di sconfitta e al giubilo che si sarebbe diffuso per Gath. Sa che l’Arca è stata posta in grave pericolo, che gli autori di ciò sono i suoi figli; probabilmente si rimprovera di non aver agito con autorità per tempo. Eli trema pensando a tutto ciò poiché è un uomo di Dio ed ha a cuore le cose del suo Signore.
Sente il gran tumulto e trema poiché comprende che si tratta di grida di cordoglio:
vs. 14-17. Quando Eli udì il rumore delle grida, disse: "Che significa il rumore di questo tumulto?". Poi l’uomo venne in fretta a riferire dell’accaduto a Eli. 15 Or Eli aveva novantott’anni; la sua vista si era così offuscata che non vedeva più. 16 L’uomo disse a Eli: "Sono colui che è giunto dal campo di battaglia. Sono fuggito oggi dal campo di battaglia". Eli disse: "Come sono andate le cose, figlio mio?". 17 Allora il messaggero rispose e disse: "Israele è fuggito davanti ai Filistei, e c’è stata una grande strage fra il popolo. Anche i tuoi due figli Hofni e Finehas sono morti, e l’arca di DIO è stata presa".
Il messaggero riferisce l’accaduto a Eli senza mezzi termini ed egli prova dolore in quanto giudice ed in quanto padre, pensando alla fine prematura dei propri figli, verso i quali era stato tanto indulgente e che certamente non si erano pentiti del proprio comportamento. Tuttavia non è principalmenteper loro che il suo cuore trema: lascia che l’uomo termini il racconto senza interrompere neppure con un gemito, come invece farà Davide sentendo parlare della fine di Absalom, ma attende la fine della storia volendo notizie dell’Arca e sperando che almeno essa sia in salvo.
Invece:
vs. 18. Appena fece menzione dell’arca di DIO, Eli cadde dal sedile all’indietro a fianco della porta, si ruppe il collo e morì, perché egli era vecchio e pesante. Era stato giudice d’Israele quarant’anni.
In questo disastro si distingue la sensibilità di Eli, colpevole ma pio. Egli accetta il castigo di Dio su sé e sui propri figli e rivolge ogni suo pensiero e timore all’Arca dell’Eterno. Quando il messaggero nomina l’Arca, infatti, cade dalla sua sedia e muore. Non gli pesa il giudizio sulla sua famiglia, ma il disonore inflitto all’Eterno e il suo allontanamento dal popolo.
Così muore il sommo sacerdote Eli, giudice di Israele per 40 anni, all’età di 98 anni, a causa dell’iniquità dei suoi figli, che furono la sua rovina.
Ecco un’altra triste storia che narra la rovina della casa di Eli, dovuta alla cattura dell’Arca da parte del nemico:
Vs. 19-22.. Sua nuora, la moglie di Finehas, era incinta e prossima al parto; quando sentì la notizia che l’arca di DIO era stata presa e che suo suocero e suo marito erano morti, si curvò e partorì, perché colta dalle doglie. 20 Mentre era sul punto di morire le donne che l’assistevano le dissero: "Non temere, perché hai dato alla luce un figlio". Ella però non rispose e non vi prestò attenzione, 21 ma chiamò il bambino Ikabod. dicendo: "La gloria si è allontanata da Israele", perché l’arca di Dio era stata presa e a motivo di suo suocero e di suo marito. 22 E disse: "La gloria si è allontanata da Israele, perché l’arca di DIO è stata presa".
La moglie di Fineas, appresa la notizia della perdita dell’Arca, partorisce anzi tempo e muore. Morendo, chiama suo figlio Ikabod, ossia “non più gloria”: nella persona di suo figlio, ella proclama la rovina di Israele.
Comprendiamo come ella fosse una donna spiritualmente sensibile, poiché è annientata dalla notizia della morte di tutti i suoi cari e soprattutto da quella della perdita dell’Arca di Dio. Quando viviamo delle prove estreme abbiamo bisogno della fede, la quale è l’unica risorsa che ci può aiutare nelle avversità. Certamente la notizia della morte dei suoi cari ha accelerato le doglie del parto, ma quella della perdita dell’Arca le stronca la vita. Ciò lo comprendiamo dalle parole che pronuncia prima di morire.
Le donne che l’assistono cercano di consolarla, mostrandole il suo bambino in contrapposizione a tante disgrazie, ma lei sembra non porvi attenzione perché in lei non c’è più la gioia.