Giacomo 1
INTRODUZIONE
Il Nuovo Testamento è composto da libri di varia tipologia:
6 di essi sono i Vangeli, Atti degli Apostoli e Apocalisse,
14 sono scritti da Paolo
e 7 sono quelli che Eusebio da Cesarea nel 280 qualificò come “lettere cattoliche” (2 di Pietro, 3 di Giovanni, 1 di Giuda e 1 di Giacomo). Con tale termine si vuole indicare degli scritti indirizzati ad una vasta cerchia di persone e non, ad esempio, ad una chiesa in particolare. La lettera di Giacomo è, quindi, una lettera cattolica, in quanto indirizzata al popolo giudaico, disperso in seguito alla persecuzione della Chiesa in quell’epoca. E’ considerata il libro più ebraico del Nuovo Testamento, in quanto riporta 45 riferimenti al vecchio Testamento, fatto che dimostra la profonda conoscenza della Bibbia da parte del suo autore. Mette in luce la personalità di Giacomo, il quale utilizza dei termini tipici dei profeti antichi (es. il fuoco) e, così facendo, ci dà l’interpretazione degli scritti antichi.
Lo scrittore non era Giacomo figlio di Zebedeo, poiché secondo Atti 12 era stato messo a morte da Erode prima che il cristianesimo si diffondesse tra gli Ebrei della diaspora. Il suo autore, invece, è Giacomo figlio di Alfeo, fratello di Gesù ed uno dei 12 apostoli (matteo 10:3).
In questa lettera Giacomo pone l’accento sulle azioni pratiche, quali, ad es. l’aiutare i poveri, poiché egli sottolinea il fatto che l’albero si riconosce dai frutti che porta a maturazione; la fede, quindi, deve manifestarsi con le azioni e non essere unicamente qualcosa di teorico: qui è la vera religione.
Contiene, quindi, moltissimi riferimenti pratici e tratta dei vari peccati umani, che ogni persona può facilmente trovare in se stessa. Tale lettera, quindi, più che parlare della dottrina, ha lo scopo di convincere di peccato gli esseri umani, affinché essi li confessino a Dio e, attraverso il sangue di Gesù, vengano purificati dalle iniquità.
Cap. 1
Chi è Giacomo.
Vs. 1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
Il NT parla di due uomini di nome Giacomo:
Uno di essi è l’apostolo Giacomo, figlio di Zebedeo, fratello di Giovanni. Giacomo, Giovanni e Pietro erano gli apostoli più vicini a Gesù. Tuttavia non sembra possibile che questi sia il Giacomo che ha scritto tale lettera, poiché fu ucciso da Erode nel 44 d. C. Tale fatto è narrato in Atti 12:1-2. Or in quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della chiesa. 2 E fece morire di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Sembra, infatti, che la lettera sia posteriore a tali fatti: la persecuzione che ha portato alla dispersione dei credenti era già in atto quando Erode fece uccidere Giacomo, ma non era stata ultimata. Inoltre, non viene menzionato il Consiglio di Gerusalemme del 49 d.C. e ciò fa pensare che tale scritto sia antecedente a tale fatto importante. La lettera, quindi, deve essere stata scritta tra il 44 e il 49 d. C. Pertanto, visto che la morte di Giacomo era avvenuta nel 44, egli non può esserne l’autore.
L’altro Giacomo è il fratello di Gesù e di Giuda.
Ecco cosa sappiamo di lui:
Maria ebbe altri figli: Matteo 1:20-25 afferma che Giuseppe non ebbe rapporti con lei fino al parto, ma sembra ovvio pensare che ne ebbero in seguito.
20 Ma, mentre rifletteva su queste cose, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria come tua moglie, perché ciò che è stato concepito in lei è opera dello Spirito Santo. 21 Ed ella partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché egli salverà il suo popolo dai loro peccati". 22 Or tutto ciò avvenne affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore, per mezzo del profeta che dice: 23 "Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, il quale sarà chiamato Emmanuele che, interpretato, vuol dire: "Dio con noi". 24 E Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l’angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 25 ma egli non la conobbe, finché ella ebbe partorito il suo figlio primogenito, al quale pose nome Gesù.
Gesù aveva dei fratelli e Giacomo era uno di essi:
In Marco 6:3 alcune persone parlano di Gesù ed affermano:
Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Iose, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non sono qui fra noi?". Ed erano scandalizzati a causa di lui.
Un passo parallelo è in Matteo 13:55.
Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Iose, Simone e Giuda?
Alcuni brani riportano alcuni episodi che ci narrano i rapporti familiari tra Gesù ed i suoi parenti terreni:
Matteo 12:46-50 Ora, mentre egli parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli i quali, fermatisi fuori, cercavano di parlargli. 47 E qualcuno gli disse: "Ecco tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori e cercano di parlarti". 48 Ma egli rispondendo, disse a colui che lo aveva informato: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". 49 E, distesa la mano verso i suoi discepoli, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli. 50 Poiché chiunque fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello, sorella e madre".
E’ molto probabile che essi si siano risentiti di fronte ad un tale atteggiamento.
Poco tempo prima di tale avvenimento, quando Gesù aveva iniziato il proprio ministerio, si era rivolto duramente a sua madre:
Giovanni 2:1-5 1 Tre giorni dopo, si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e la madre di Gesù si trovava là. 2 Or anche Gesù fu invitato alle nozze con i suoi discepoli. 3 Essendo venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". 4 Gesù le disse: "Che cosa c’è tra te e me o donna? L’ora mia non è ancora venuta", 5 Sua madre disse ai servi: "Fate tutto quello che egli vi dirà".
Maria era la madre terrena del Gesù uomo, ma ora Egli cominciava a svolgere il ministerio di Messia e desiderava che ella comprendesse che come tale non aveva madre. Sia Maria che i fratelli di Gesù si trovarono nella difficoltà di comprendere che le cose stavano cambiando. Inoltre, i fratelli di Gesù mostravano un atteggiamento ostile nei suoi confronti, probabilmente a causa del suo essere senza peccato, fatto che evidenziava ancora di più la loro condizione mondana e lontana da Dio.
Giovanni 7:1-9 dice chiaramente che essi non credevano in lui e che, quindi, non appartenevano a Dio: 1 Dopo queste cose, Gesù andava in giro per la Galilea, perché non voleva andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. 2 Ora la festa dei Giudei, quella dei Tabernacoli, era vicina. 3 Per cui i suoi fratelli gli dissero: "Parti di qui e va’ in Giudea, affinché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. 4 Nessuno infatti fa alcuna cosa in segreto, quando cerca di essere riconosciuto pubblicamente, se tu fai tali cose, palesati al mondo". 5 Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. 6 Allora Gesù disse loro: "Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo invece è sempre pronto. 7 Il mondo non può odiare voi, ma odia me perché io testimonio di lui, che le sue opere sono malvagie. 8 Salite voi a questa festa, io non vi salgo ancora, perché il mio tempo non è ancora compiuto". 9 E, dette loro tali cose, rimase in Galilea.
Marco 3:21 E quando i suoi parenti udirono ciò, uscirono per prenderlo, perché dicevano: "Egli è fuori di sé".
I fratelli di Gesù non lo riconoscono quale figlio di Dio, anzi ritengono sia pazzo. Anche a noi capita di non essere compresi e, a volte, perseguitati per il fatto che siamo cristiani; tuttavia dobbiamo ricordare che tale situazione è stata vissuta dal Signore prima di noi, perciò non è qualcosa di nuovo. Inoltre, l’esempio che Cristo stesso ci porta è quello di colui che persevera nel suo ministerio, e tale comportamento ha portato frutto: Giacomo si è convertito ed è divenuto un apostolo, ovvero un leader principale nella chiesa di Gerusalemme.
Quindi: prima della morte e della resurrezione Cristo non era apprezzato dai fratelli, ma dopo tali avvenimenti Giacomo è stato trasformato.
Gesù risorto appare personalmente a Giacomo: 1 Corinzi 15:3-7. 3 Infatti vi ho prima di tutto trasmesso ciò che ho anch’io ricevuto, e cioè che Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 che fu sepolto e risuscitò a il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e poi ai dodici. 6 In seguito apparve in una sola volta a più di cinquecento fratelli, la maggior parte dei quali è ancora in vita, mentre alcuni dormono già. 7 Successivamente apparve a Giacomo e poi a tutti gli apostoli insieme.
Probabilmente Paolo apprende tale particolare dallo stesso Giacomo, durante un loro incontro a Gerusalemme: Galati 1:18-19. Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per andare a vedere Pietro e rimasi con lui quindici giorni. 19 E non vidi alcun altro degli apostoli, se non Giacomo, il fratello del Signore.
Giacomo divenne una persona attiva all’interno della chiesa, conosciuta per il suo ruolo di primo piano. Un esempio di ciò lo troviamo in Atti, quando Pietro, liberato miracolosamente dal carcere, chiede alla chiesa di informarne Giacomo:
Atti 12:16-17 Pietro intanto continuava a bussare. Or essi, avendo aperto, lo videro e sbigottirono. 17 Ma egli, fatto loro cenno con la mano di tacere, raccontò loro come il Signore lo aveva fatto uscire dalla prigione. Poi disse: "Riferite queste cose a Giacomo e ai fratelli". Poi uscì e si recò in un altro luogo.
Che Giacomo rivestisse un ruolo importante nella chiesa, lo si evince anche dall’episodio che racconta dell’istituzione del consiglio di Gerusalemme, il quale aveva lo scopo di definire l’importanza o meno del divenire giudei per ottenere la salvezza.
Atti 15:12-15. Allora tutta la folla tacque, e stavano ad ascoltare Barnaba e Paolo, che raccontavano quali segni e prodigi Dio aveva operato per mezzo loro fra i gentili. 13 Quando essi tacquero, Giacomo prese la parola e disse: "Fratelli, ascoltatemi. 14 Simone ha raccontato come per la prima volta Dio ha visitato i gentili per scegliersi da quelli un popolo per il suo nome. 15 Con questo si accordano le parole dei profeti, come è scritto:
Ancora: quando Paolo si recò a Gerusalemme, dopo i suoi viaggi missionari, andò presso Giacomo, dove erano riuniti tutti gli anziani.
Atti 21:17-19. Al nostro arrivo a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero lietamente. 18 Il giorno seguente Paolo si recò con noi da Giacomo, e tutti gli anziani erano presenti. 19 Dopo averli salutati, Paolo raccontò loro, ad una ad una, le cose che il Signore aveva operato fra i gentili per mezzo del suo ministero.
Paolo definisce Giacomo una colonna della chiesa in Galati 2:6-9. Ma da parte di quelli che godevano maggior credito (quali fossero stati, non m’importa nulla; Dio non ha riguardo a persona), ebbene, quelli che godono maggior credito non m’imposero nulla di più. 7 Anzi al contrario, avendo visto che mi era stato affidato l’evangelo per gli incirconcisi, come a Pietro quello per i circoncisi 8 (poiché colui che aveva potentemente operato in Pietro per l’apostolato dei circoncisi, aveva potentemente operato anche in me per i gentili), 9 avendo conosciuto la grazia che mi era stata data, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono reputati colonne, diedero a me e a Barnaba la mano di associazione, affinché noi andassimo fra i gentili, ed essi fra i circoncisi.
Da tutti questi brani biblici possiamo dedurre che un tempo Giacomo era un semplice fratello carnale di Cristo, addirittura a lui ostile; dopo la crocifissione, oppure in seguito all’apparizione da parte del Signore, non solo egli si convertì, ma divenne addirittura una colonna della chiesa. Dio, infatti, ha operato nella sua vita e lo ha trasformato. La medesima cosa accade per tutte le persone che accettano Cristo quale personale salvatore.
In Giacomo 1:1 vediamo che l’autore non si presenta quale fratello carnale del Signore, ma come un qualunque servo di Dio e di Cristo stesso. Infatti, non si avvale della sua posizione eccellente, non proclama le sue conoscenze importanti, come invece accade comunemente tra gli uomini, bensì si presenta come un servo, poiché per lui ciò che conta è il rapporto spirituale che ha con Cristo. Non cerca la gloria per se stesso, ma unicamente per esaltare il suo Signore. Questa è la caratteristica che contraddistingue il vero servo di Dio, perciò ricordiamocelo quando pensiamo a coloro che occupano posti di preminenza della chiesa o quando ne osserviamo l’operato. Umanamente le persone non possiedono tale umiltà e lo dimostrano i discorsi pronunciati dagli apostoli prima della morte del Signore, come quando discutevano per chi di loro fosse il maggiore nel Regno di Dio.
Al contrario, Giovanni Battista sa di essere solamente una figura di secondo piano e lo proclama a coloro che erano invidiosi dell’ascesa della fama di Cristo rispetto a quella di Giovanni (Giov. 3:25-30).
Quando cerchiamo gloria per noi stessi, dobbiamo ricordare la figura di Giovanni Battista e di Giacomo, persone che hanno dedicato la vita a Cristo, rimanendo degli umili servi. Anche i discepoli di Gesù hanno subìto una trasformazione e da persone desiderose di gloria e ripiene di timore, dopo la discesa dello Spirito santo si mostrano coraggiosi e umili. Quindi: Giacomo, gli apostoli e Giovanni ci mostrano come sia possibile svolgere un compito per Gesù e rimanere dei servi.
Chi sono i destinatari della lettera.
Giacomo 1:1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
Il termine “le dodici tribù” indica il popolo giudaico, cioè i discendenti di Abramo attraverso Isacco. I Giudei a cui scrive Giacomo sono cristiani, dispersi in seguito alla dura persecuzione da parte di Erode Agrippa, nel 44 circa d.C. Tale fatto era avvenuto per volere di Dio, poiché la dispersione dei cristiani tra le viarie nazioni avrebbe portato la Parola nel mondo conosciuto. Questi credenti stavano vivendo svariati problemi e difficoltà, dure prove a causa della loro fede in Gesù ed è per confortarli che Giacomo scrive loro, per spronarli ad avere pazienza nelle prove, per incoraggiarli a stringersi l’uno all’altro, in attesa del ritorno di Cristo. Lo stesso messaggio è valido per noi oggi, assieme agli insegnamenti pratici contenuti nella lettera e all’esortazione nel portare frutto.
La lettera di Giacomo, infatti, è molto pratica e, più che insegnare la dottrina, ci istruisce sul vivere una vita santa. Incoraggia ad obbedire alla Parola senza compromessi e ad abbinare alla fede anche le opere pratiche.
Ecco qui uno schema della lettera:
Introduzione 1:1
La perseveranza nella sofferenza 1:2-12
L’accusare Dio delle tentazioni a peccare 1:13-18
Come rispondere alla Parola di Dio 1:19-27
Amare senza favoritismi 2:1-13
Le buone opere sono il risultato della fede 2:14-26
L’umile saggezza 3:1-12
L’amicizia con il mondo 4:1-12
Il riconoscersi dipendenti da Dio 4:13-17
Aspettare pazientemente Cristo 5:1-11
Parlare con onestà 5:12
Come pregare 5:13-18
La vera fede 5:19-20
Questa lettera contiene numerosi insegnamenti importanti per ogni credente e per ogni chiesa. “Ricevete con dolcezza la Parola che è stata piantata in voi e che può salvare le anime vostre” (Giac. 1:21). Chi è salvato riceva insegnamenti dalla Parola attraverso lo studio quotidiano, poiché “Ogni scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Tim. 3:16).
Vs. 2. Considerate una grande gioia, fratelli miei, quando vi trovate di fronte a prove di vario genere,
Qui Giacomo non ipotizza la venuta delle prove, bensì le dà per scontate; le prove verranno e saranno di vari tipi: alcune sono naturali, ossia legate al nostro essere nel fisico, nel mondo e nel peccato (morte, problemi finanziari…), altre sono soprannaturali, mandate da Dio per disciplinarci.
Ebrei 12: 5-8 e avete dimenticato l’esortazione che si rivolge a voi come a figli: "Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non perderti d’animo quando sei da lui ripreso, 6 perché il Signore corregge chi ama e flagella ogni figlio che gradisce". 7 Se voi sostenete la correzione, Dio vi tratta come figli; qual è infatti il figlio che il padre non corregga? 8 Ma se rimanete senza correzione, di cui tutti hanno avuta la parte loro, allora siete dei bastardi e non dei figli.
Le prove spirituali ci dimostrano che siamo suoi figli e che Egli ci ama; per questo dobbiamo ringraziarlo, poiché ci ama e non ci permette di vivere in base agli istinti umani, che generalmente non sono finalizzati al nostro bene.
Un esempio di prova è quella vissuta da Abramo, al quale Dio aveva chiesto di sacrificare suo figlio Isacco. Abramo non aveva alcuna certezza che Dio avrebbe salvato Isacco, eppure era sicuro che avrebbe mantenuto la promessa.
Nel Salmo 13 Davide prega Dio, ma non riceve alcuna risposta, cerca qualche segno, ma non trova nulla. Davide ha il cuore spezzato, ma il Signore non si fa vedere per mettere alla prova la sua fede. Ed ecco qual è stata la risposta di Davide: vs. 5-6.
Ma io confido nella tua benignità, e il mio cuore esulterà nella tua liberazione; 6 io canterò all’Eterno, perché egli mi ha trattato con grande magnanimità. Davide non vedeva Dio, ma aveva le sue promesse e su di esse confidava. Egli è stato un esempio per ogni cristiano provato.
Proviamo gioia per ogni prova, non per la sofferenza che essa produce, ma per l’opera che compie in noi.
Alcune prove soprannaturali vengono dal nemico, ma Dio le usa per compiere ugualmente la sua opera:
1 Pietro 4:12-13. Carissimi, non lasciatevi disorientare per la prova di fuoco che è in atto in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. 13 Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella manifestazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.
I problemi colpiscono i figli di Dio perché il nemico vuole ferirli e perché vivono in questo mondo carnale. Pertanto, coloro che asseriscono che l’avere dei problemi dipende dal fatto di avere poca fede, pronunciano delle frasi non bibliche, perché la Parola dichiara che le difficoltà sono naturali e devono essere vissute con gioia. E’ ovvio che siano sgradevoli, tuttavia ciò che Giacomo ci dice di fare è di guardare avanti per comprendere quale sarà il risultato che esse porteranno, poiché nascono dalla volontà di Dio, che è buona e perfetta.
La parola gioia è la stessa che viene utilizzata nel vangelo di Matteo per indicare lo stato d’animo dei discepoli quando si trovarono di fronte alla tomba vuota di Gesù. Avevano vissuto la prova della croce, la quale sembrava spezzare ogni loro speranza ed annientare tutto ciò in cui avevano creduto. Ora si trovavano di fronte alla tomba vuota e, pur non comprendendo tutto il piano di Dio, certamente ne furono felici. Anche noi non comprendiamo il motivo delle cose che accadono, però se poniamo fede in Dio, sappiamo di essere nelle sue mani e proviamo gioia perché Egli ha sotto controllo tutta la nostra vita.
Le prove hanno un’altra caratteristica:
vs. 3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
Le difficoltà sono una sorta di esami, che mettono in luce quegli aspetti nei quali dobbiamo crescere e migliorare, ma allo stesso tempo fanno emergere le nostre qualità migliori.
Fede è credere che Dio sia tutto ciò che dice di essere e non avere mai dubbi circa le sue promesse. Fede è essere certi che Egli abbia sotto controllo ogni istante della nostra vita e che, anche se non capiamo cosa accade, Egli sia pronto ad agire secondo la Sua volontà.
1 Pietro 1:6-7. A motivo di questo voi gioite anche se al presente, per un po’ di tempo, dovete essere afflitti da varie prove, 7 affinché la prova della vostra fede, che è molto più preziosa dell’oro che perisce anche se vien provato col fuoco, risulti a lode, onore e gloria nella rivelazione di Gesù Cristo,
La prova produce lode, onore e gloria verso Gesù; per essere conformati all’immagine di Cristo dobbiamo permettere al fuoco di bruciare ciò che non serve, affinché procediamo nel cammino con perseveranza. Esse promuovono anche la nostra maturità spirituale e l’uso della preghiera, in quanto permettiamo a Dio di operare ed andiamo a Lui con suppliche.
Le prove producono costanza in noi e ci fortificano, come le malattie, che permettono al corpo di far nascere gli anticorpi. Il termine “costanza” viene reso anche con “pazienza” e con “perseveranza”. In ogni caso significa non vacillare e continuare a camminare nella luce di Dio, senza distogliere lo sguardo da Lui, per fede.
Vs. 4. E la costanza compia in voi un’opera perfetta (“telios”), affinché siate perfetti e completi, in nulla mancanti.
Il risultato delle difficoltà è il nostro perfezionamento. Come per un campo coltivato non è corretto che esso sia sempre toccato dal sole, ma è necessaria l’azione della pioggia, così per noi la nostra maturità deriva sia dai periodi sereni che da quelli burrascosi. Il termine “telios” indica un frutto completamente maturo, così nel caso dei credenti non delinea persone perfette, bensì coloro che pongono nelle mani di Dio ogni aspetto della propria vita.
Poniamo gioia nelle prove, poiché esse comportano un’opera che Dio sta facendo in noi.
2 Corinzi 12:7-9 Inoltre, affinché non m’insuperbisca per l’eccellenza delle rivelazioni, mi è stata data una spina nella carne, un angelo di Satana per schiaffeggiarmi affinché non m’insuperbisca. 8 A questo riguardo ho pregato tre volte il Signore che lo allontanasse da me. 9 Ma egli mi ha detto: "La mia grazia ti basta, perché la mia potenza è portata a compimento nella debolezza".
La grazia di Dio è sufficiente in ogni momento e in ogni cosa.
Vs. 5. Ma se qualcuno di voi manca di sapienza, la chieda a Dio che dona a tutti liberamente senza rimproverare, e gli sarà data.
La sapienza di cui parla la Bibbia non è la stessa che viene considerata tale dagli uomini. Infatti, il mondo considera sapienti molte persone che la Parola indica come stolte, poiché sapiente è colui che vuole vivere vicino a Dio e goderne le benedizioni. Al contrario, colui che fa di tutto per guadagnare molti soldi, anche scalzando i propri concorrenti, non è saggio agli occhi di Dio, poiché non opera per darGli la gloria. Infatti, non vivere per la gloria Dio è sciocco, perché significa impegnare la vita per qualcosa che è destinato a morire.
La Bibbia parla sovente della saggezza, ed ogni volta la mette in relazione con l’ascoltare, il credere e l’obbedire alla Parola di Dio (Proverbi 1:7; Salmo 119:100).
Giacomo ci dice che quando ci troviamo nelle prove più svariate, quando il nostro cuore è afflitto e la mente è ottenebrata, non ricordiamo più le promesse di Dio e non siamo saggi. Per questo motivo egli ci incoraggia a cacciare i pensieri tristi e negativi e ad aggrapparci al Signore, che è verace e non viene mai meno. Il nemico vuole insinuare nella nostra mente dei pensieri negativi, che ci fanno dubitare della presenza di Dio nella nostra vita, ci fanno sentire soli e sperduti, incapaci di affrontare la realtà con le nostre sole forze. Ricordiamo che tutto ciò è falso e che non dobbiamo temere: nostro Padre è con noi, ci ama e tiene sotto controllo tutta la nostra vita.
Quando non abbiamo sufficiente saggezza in noi per affrontare le prove dobbiamo chiederla a Dio, ed Egli ce ne donerà abbondantemente. Beviamo dalla fonte di Dio giornalmente, poiché al di là delle prove, abbiamo bisogno della sapienza in ogni momento, ovvero nel crescere i bambini, nel matrimonio e in tutte le situazioni della vita.
Vs. 6-8. Ma la chieda con fede senza dubitare, perché chi dubita è simile all’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. 7 Non pensi infatti un tal uomo di ricevere qualcosa dal Signore, 8 perché è un uomo dal cuore doppio instabile in tutte le sue vie.
Colui che dubita di Dio non riceve nulla. Un figliolo di Dio può essere confuso, ma in cuor suo conosce Dio e sa che Egli è fedele, che lo ama e che desidera rispondere, non solo secondo il bisogno, ma in base alla sua volontà.
La vita umana è temporanea, mentre la prospettiva di Dio è eterna: fidiamoci di Lui e poniamo gli occhi su di Lui.
Vs. 9-10. Or il fratello di umili condizioni si glori della sua elevazione, 10 e il ricco del suo abbassamento, perché passerà come un fiore di erba.
Le prove colpiscono ogni credente, di qualunque età e condizione sociale, poiché esse sono lo strumento che Dio utilizza per togliere da noi le scorie e permettere a Cristo di operare. Coloro che vivono in ristrettezze economiche, quindi, non devono pensare che tale fatto sia dovuto alla loro scarsa fede (molti credenti ritengono che ciò sia vero), poiché in tale caso Giacomo li avrebbe esortati a credere maggiormente in Dio Padre. Al contrario, tale condizione è una prova ed è unicamente questo, e pertanto bisogna gloriarsi della propria elevazione in Cristo. Il povero è un figlio di Dio e deve pensare alle benedizioni eterne che possiede grazie al Salvatore. Non importa essere stimato dal mondo, poiché esso passerà e con lui tutte le cose.
Il ricco non deve inorgoglirsi, ma ricordare che i beni materiali sono limitati a questa terra. Nello specifico, Giacomo sta scrivendo a cristiani che sono dispersi a causa delle persecuzioni. Molti di essi erano ricchi, ma hanno perduto ogni possedimento a causa della diaspora. In questo senso sono stati abbassati ed ora sono decaduti dalla stima della gente. Per questo motivo i cristiani devono porre in primo piano il modo in cui sono considerati da Dio ed in ultimo la considerazione che la gente ha per loro, poiché essa è temporanea. Gioiamo poiché le nostre ricchezze sono in Gesù ed ora Dio, creatore di tutto l’universo, è nostro padre celeste. Tutte le cose umane passeranno, e con esse anche la stima che la gente reputa ad alcune persone. L’essere figli di Dio e coeredi con Cristo è qualcosa di eterno.
Proverbi 23:5. Vuoi fissare i tuoi occhi su ciò che scompare? Poiché la ricchezza metterà certamente le ali, come un’aquila che vola verso il cielo.
In questa vita non vi è alcuna certezza, mentre in Cristo Gesù vi sono tutte le cose che hanno valore. In Lui abbiamo la salvezza, che è l’unico valore.
Geremia 9:23-24 Così dice l’Eterno: "Il savio non si glori della sua sapienza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza. 24 Ma chi si gloria si glori di questo: di aver senno e di conoscere me, che sono l’Eterno, che esercita la benignità, il diritto e la giustizia sulla terra; poiché mi compiaccio in queste cose", dice l’Eterno.
Tutte le cose di cui dobbiamo gloriarci sono in Cristo e solamente in Lui, poiché in questo modo dureranno per l’eternità.
Vs. 11. Infatti, come si leva il sole col suo calore ardente e fa seccare l’erba, e il suo fiore cade e la bellezza del suo aspetto perisce, così anche il ricco appassirà nelle sue imprese.
Le glorie terrene sono temporanee e sfioriscono in un attimo. Allo stesso modo, anche i nostri corpi carnali sono finiti ed un giorno dovremo rendere conto a Dio del nostro agire durante la vita.
Il Salmo 90 è una sorta di preghiera, che dovremmo pronunciare ogni giorno:
Salmo 90:12. Insegnaci dunque a contare i nostri giorni, per ottenere un cuore savio. Un giorno, quando ci presenteremo davanti a Dio, se abbiamo camminato con rettitudine ci sentiremo dire:
Matteo 25:23. "Bene, buono e fedele servo; tu sei stato fedele in poca cosa, io ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo signore".
Guardiamo oltre questa vita, fino alla fine di tutte queste cose.
Vs. 12. Beato (= felice) l’uomo che persevera nella prova, perché, uscendone approvato, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a coloro che l’amano.
Felice è colui che affronta la prova tenendo gli occhi fissi sul Signore, che sopporta ogni cosa che gli accade continuando a credere in Dio, non perché vede una risposta immediata, ma per fede.
Con il termine “prova” vengono indicati due aspetti diversi:
le prove della fede, ovvero quelle che ci mettono in seria difficoltà e ci inducono a negare Dio, tentandoci in tal senso,
oppure quegli aspetti della nostra vita che ci spingono a peccare.
In Italia non abbiamo problemi religiosi, ma in alcune zone del mondo i fratelli vivono costantemente una guerra spirituale e sono perseguitati. Ciò è dovuto al fatto che il nemico desidera far tacere le due voci che parlano di Dio, ovvero Israele e la chiesa, poiché esse testimoniano del Suo operare tra gli uomini.
Anche nell’occidente, comunque, se una persona proclama apertamente di credere in Gesù quale unica via per arrivare a Dio, viene considerato intollerante, e se denuncia come immorali alcune situazioni che il mondo avalla, allora viene ritenuto uno che semina l’odio. In Svezia esiste una legge che impone ai predicatori di non menzionare, ad es., l’omosessualità come peccato, poiché così facendo tale persona discrimina gli altri e viene accusata di spargere l’odio. Il mondo vuole coprire tali aspetti ed accettarli, spacciandosi per tollerante: cosa faranno i cristiani quando tali concetti si radicheranno nella società? E’ necessario prendere una posizione e proclamare a gran voce che il peccato distrugge e uccide, chiamando le persone al ravvedimento. Non è corretto affermare che alcuni peccati siano leciti ed altri no: ogni forma di peccato deve essere combattuta. Siamo giunti agli ultimi tempi, quelli di cui parlava Isaia:
Isaia 5:20-23. Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro! 21 Guai a quelli che sono saggi ai loro occhi e intelligenti davanti a loro stessi! 22 Guai ai campioni nel bere il vino e abili nel mescolare bevande inebrianti, 23 che assolvono il malvagio per un regalo e privano il giusto del suo diritto!.
Questo è esattamente ciò che vediamo oggi nel mondo.
Inoltre, sovente gli uomini incolpano Dio delle tentazioni alle quali sono sottoposti; questo è esattamente ciò che Giacomo dice di non fare e la cosa più incredibile è che si rivolge a dei credenti:
vs. 13. Nessuno, quando è tentato dica: "Io sono tentato da Dio", perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno.
La parola originale qui tradotta con “tentare” è la stessa che ai vs. 2 e 12 è resa con il termine “prove”: essa ha il compito di fortificare la nostra fede, ma se viene vissuta lontano dalla presenza di Dio, invece di portare delle benedizioni diventa un inciampo e porta al peccato. IL Signore, quindi, non vuole indurci al peccato, né ci manda prove al di là delle nostre forze; al contrario, Egli ci dà gli strumenti per accrescere la nostra fede.
Molti cristiani cercano di trovare una motivazione al loro agire accusando Dio di essere l’artefice delle proprie tentazioni. Affermare che Dio è colui che ha permesso determinate cose o che non ha evitato che le stesse si verificassero significa trovare una giustificazione al nostro agire. Allo stesso modo si comportò Adamo, che diede ad Eva la colpa esclusiva del loro comportamento, e indirettamente a Dio, poiché Egli gliela aveva data come compagna. Ogni volta che cerchiamo di scusare il nostro peccato, scaricando la colpa sulle circostanze della nostra vita, anche noi stiamo accusando Dio. Tale atteggiamento deriva dal nostro essere carnali.
Da dove vengono i nostri peccati?
Vs. 14. Ciascuno invece è tentato quando è trascinato e adescato dalla propria concupiscenza.
Ecco il motivo del nostro peccare: la concupiscenza umana, ovvero non qualcosa che è fuori di noi, ma all’interno del nostro essere.
Vs. 15. Poi quando la concupiscenza ha concepito, partorisce il peccato e il peccato, quando è consumato, genera la morte.
Il peccato viene concepito, nasce, cresce e uccide. La tentazione cerca di insidiare la volontà umana e se non riesce a restarne lontana, allora nasce un’unione che concepisce il peccato e la nostra volontà è annientata. Con il peccato non bisogna scherzare poiché porta alla morte e quindi non dobbiamo avere pietà di esso. Guardiamo avanti, ovvero al premio finale, a ciò che avremo quando usciremo da questi corpi mortali e temporanei, poiché solo in questo modo potremo procedere verso la meta. Guardiamo oltre la tentazione, in attesa del ritorno del Signore e considerando la nostra vita come la breve fiamma di un fiammifero.
La concupiscenza è ciò che ci promette tante cose buone e che invece ci porta lontano dal Signore; è il forte desiderio che alberga in noi e che ci promette la soddisfazione della carne; è la fonte di false promesse di benessere. La concupiscenza porta alla morte, in quanto il peccato separa da Dio.
Vs. 16. Non lasciatevi ingannare, fratelli miei carissimi;
Non lasciamoci ingannare da ciò che il peccato sembra offrire, poiché la vera felicità ed ogni cosa buona per noi vengono da Dio, mentre il peccato porta sempre alla morte. Esso rovina la nostra relazione con il Padre e tale fatto per noi è un prezzo altissimo da pagare. Non è possibile, infatti, continuare a vivere con il Signore e perseverare nel peccato, poiché lo Spirito di Dio non permette tale unione.
Ancora: il nostro peccato ha sempre delle ripercussioni sugli altri, a volte anche di lunga durata; sovente esso deve essere rimosso da Dio all’interno della chiesa, a volte allontanando anche delle persone che non desiderano rivedere il proprio comportamento.
Vs. 17. ogni buona donazione e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre dei lumi, presso il quale non vi è mutamento né ombra di rivolgimento.
Ogni cosa buona viene da Dio, il cielo, la terra, la pioggia ed ogni cosa che abbonda. Lo ricordavano anche gli apostoli in Atti 14:15-17.
"Uomini, perché fate queste cose? Anche noi siamo esseri umani con la vostra stessa natura e vi annunziamo la buona novella, affinché da queste cose vane vi convertiate al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi. 16 Nelle generazioni passate egli ha lasciato che tutte le nazioni seguissero le loro strade; 17 ma non ha lasciato se stesso senza testimonianza, facendo del bene, dandoci dal cielo piogge e stagioni fruttifere e riempiendo i nostri cuori di cibo e di gioia".
Ciò che viene dal Signore è sempre un dono, ossia qualcosa che non abbiamo guadagnato, poiché Egli è buono; tale caratteristica non cambia mai, poiché Egli non è mutevole come siamo noi, ma mantiene le sue caratteristiche per sempre. E’ solido, è una roccia, è il nostro fondamento e su di Lui possiamo sempre contare, poiché la sua fedeltà non dipende dalla nostra. Nella vita umana non ci sono certezze incrollabili, tranne Dio. Egli ci ama in modo completo poiché ci ha amati per primo, ancor prima che noi lo conoscessimo e provassimo amore per Lui.
I doni di Dio sono buoni e perfetti: buoni perché sono sempre utili alla nostra vita, e perfetti perché sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno, donati proprio nel momento più propizio.
Non sempre è facile ricordare tali concetti, soprattutto quando le difficoltà si fanno più pressanti. In quei momenti, infatti, sovente ci rivolgiamo al Signore e chiediamo a gran voce il suo aiuto, domandandoGli se per caso non ci abbia udito, oppure sia disinteressato alle nostre grida. Allo stesso modo si sono comportati i discepoli che si trovavano nella barca assieme a Gesù, quando furono colti dalla tempesta. In quella circostanza, tuttavia, il Signore aveva detto loro di non temere, poiché sarebbero andati fino all’altra riva: tutte le promesse di Gesù sono “si e amen”. Quando dubitiamo della bontà di Dio ci avviciniamo al peccato: ricordiamo cosa accadde nel giardino ad Adamo e Eva. Se dubitiamo della validità delle scelte di Dio, come possiamo accettarne la volontà? Egli ci ama e vuole benedirci.
Romani 8:32. Certamente colui che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà anche tutte le cose con lui?
Questa è la prova dell’amore di Dio per noi, di Colui che ci ha dato il dono migliore, quello più perfetto.
Inoltre, tale azione così profonda è stata compiuta quando ancora eravamo dei peccatori, quando cioè rifiutavamo Dio:
Romani 5:8. Ma Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Vs. 18. Egli ci ha generati di sua volontà mediante la parola di verità, affinché siamo in certo modo le primizie delle sue creature.
Di sua volontà: Dio ci ha fatto nascere di nuovo dal punto di vista spirituale, pertanto in tal senso Egli è il nostro Padre celeste.
Tale concetto ci porta a una considerazione:
Il cristianesimo è diverso da ogni altra religione, poiché non chiede all’uomo di compiere delle azioni al fine di giungere alla salvezza, ma descrive un Creatore che per primo è andato verso le proprie creature. In tal modo è nata una relazione, che vede Dio agire per primo, di sua volontà, ed una salvezza data per grazia, non guadagnata dall’agire umano. L’inizio della salvezza è nel Signore, il quale desidera da sempre la nostra redenzione, non la condanna. Per questo motivo, il messaggio della salvezza vede un Dio che va verso l’uomo, il quale riceve ciò che gli viene donato; è errato, quindi, cercare di fare qualcosa per guadagnare la vita eterna, la quale ci viene donata, senza merito alcuno.
Efesini 2:1-9. Egli ha vivificato anche voi, che eravate morti nei falli e nei peccati, 2 nei quali già camminaste, seguendo il corso di questo mondo, secondo il principe della potestà dell’aria, dello spirito che al presente opera nei figli della disubbidienza, 3 fra i quali anche noi tutti un tempo vivemmo nelle concupiscenze della nostra carne, adempiendo i desideri della carne e della mente, ed eravamo per natura figli d’ira, come anche gli altri. 4 Ma Dio, che è ricco in misericordia per il suo grande amore con il quale ci ha amati, 5 anche quando eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo (voi siete salvati per grazia), 6 e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi celesti in Cristo Gesù, 7 per mostrare nelle età che verranno le eccellenti ricchezze della sua grazia con benignità verso di noi in Cristo Gesù. 8 Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio, 9 non per opere, perché nessuno si glori.
Se eravamo morti spiritualmente, come avremmo potuto operare in modo da ottenere un vantaggio per la nostra situazione? Necessitavamo di un aiuto esterno, che ci è venuto da Dio; accettando il suo operato possiamo cambiare e solo allora riusciamo ad agire in modo da piacerGli. La prima azione da compiere, quindi, è quella di accettare Gesù, figlio di Dio, il quale ci dona di nuovo la vita.
Giovanni 3: 3-7 Gesù gli rispose e disse: "In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio". 4 Nicodemo gli disse: "Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?". 5 Gesù rispose: "In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Ciò che è nato dalla carne è carne; ma ciò che è nato dallo Spirito è spirito. 7 Non meravigliarti se ti ho detto: "Dovete nascere di nuovo".
Gesù parla con Nicodemo, un fariseo che aveva rispettato tutti i decreti della legge mosaica e della religione dell’epoca. A lui dice che deve nascere di nuovo, intendendo dire spiritualmente, poiché ciò che è legato alla carne è qualcosa di diverso dallo spirito. L’uomo deve cambiare al suo interno, poiché la fonte del peccato è nel cuore.
Matteo 15:12. Poiché dal cuore provengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, maldicenze.
Nulla di carnale può sanare il cuore dell’uomo, poiché è un problema spirituale: Gesù è la soluzione. Accettare Cristo nella nostra vita ci cambia anche internamente, ci trasforma in una nuova creatura, non più legata alle antiche passioni, che sono state crocifisse con il Signore sulla croce. Il peccato non ha più potere in noi perché Gesù ci ha liberati totalmente, se viviamo secondo i suoi insegnamenti e camminiamo vicino a Lui.
Le primizie: Quando Dio porterà a termine la sua opera e giudicherà il mondo, quando la salvezza dei suoi figli sarà nota a tutti, allora saremo considerati le primizie delle sue creature. Con questo termine nel VT si intendeva il primo raccolto, quello che veniva offerto a Dio, per mostrare la fiducia che il Padre avrebbe provveduto dell’altro raccolto.
Oggi la nostra salvezza è la primizia, poiché serve per mostrare che Dio porterà a termine tutto il suo piano. Attualmente essa non è nota a tutti, ma lo sarà quando Gesù tornerà ed ogni cosa sarà manifestata.
Del mettere in pratica la Parola di Dio.
Nel vs. 18 Giacomo ci aveva parlato della grazia di Dio e della Sua bontà che non cambia mai; ora ci porta alla nostra risposta riguardo all’amore di Dio. Infatti, se la nostra fede è autentica, allora anche il nostro agire deve mostrare dei segni e far vedere come la nostra fede sia qualcosa di vitale, che produce frutto.
La salvezza inizia in Dio, tuttavia successivamente a noi spetta la risposta; come rispondiamo all’amore di Dio? Quale via scegliamo in base allo Spirito Santo?
Vs. 19. Perciò, fratelli miei carissimi, sia ogni uomo pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira,
Questa frase sembra legare poco con il discorso precedente. Infatti, Giacomo ci ha appena parlato del miracolo della nuova nascita ed ora ci esorta a fare attenzione nel parlare, nell’ascoltare e nel controllare l’ira. Tali elementi sembrano legare poco con quanto detto nel vs. 18. Tuttavia, ogni volta che troviamo il termine “perciò” dobbiamo capire perché sia stato usato in quel punto, dal momento che esso precede una frase, che è la conseguenza di quella antecedente. Quindi, il contesto in cui va inserito tale versetto è il brano precedente, il quale parlava delle prove in cui si trova il cristiano e del peccato. Quando siamo in difficoltà, Dio ci parla attraverso la Parola, un sermone o il dialogo con un altro credente, e molte volte ci riprende.
Ebrei 4:12-13 La parola di Dio infatti è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli e penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, ed è in grado di giudicare i pensieri e le intenzioni del cuore. 13 E non vi è alcuna creatura nascosta davanti a lui, ma tutte le cose sono nude e scoperte agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto.
La Parola di Dio entra nell’intimità dell’uomo e ne svela i sentimenti ed i pensieri del cuore; è lo specchio che riflette il nostro peccato. Come dobbiamo reagire?
Dobbiamo rispondere in base al nostro essere nuove creature, primizie della creazione. Molte volte, infatti, noi riteniamo che il potere di Dio si manifesti attraverso i miracoli e i prodigi, invece dimentichiamo che la manifestazione più evidente è una vita trasformata, grazie all’operare dello Spirito di Dio. Una manifestazione della presenza dello Spirito santo, infatti, è l’autocontrollo, il quale determina il nostro parlare, l’ascoltare ed il controllare l’ira. La vita umana si basa sulle relazioni, prima fra tutte quella con Dio, poi con gli altri.
Pronto ad ascoltare.
Dio ci chiede di ascoltare velocemente, ovvero di avere una predisposizione del cuore tale da renderci incline all’ascolto. La natura umana, al contrario, tende a rifiutare gli ammonimenti e a negare quanto ci viene detto. Il rifiuto nasce già prima della valutazione di quanto udiamo. Quindi: in base al fatto che quando pecchiamo ciò è dovuto alla nostra concupiscenza e che il peccare conduce alla morte, allora siamo solerti nell’ascoltare la Parola, affinché l’ammonimento ci riconduca alla retta via. Quando Gesù diceva: “Chi ha orecchi per udire, oda” intendeva proprio riferirsi ad un ascoltare senza esitazioni, al preparare il terreno affinché assorba la Parola di Dio. Se desideriamo ricevere il messaggio che Dio vuole darci, certamente lo accoglieremo, poiché in noi vi è la fame per la Parola; al contrario, se ci accostiamo alla Parola per dovere, allora il nostro cuore sarà duro e chiuso verso ogni messaggio. Chi ha un buon rapporto con il Signore desidera ascoltare la Sua parola, poiché le pecore di Dio bramano pascolare nel Suo prato, dove c’è la Sua presenza. Queste persone sono aperte ad ogni consiglio e desiderose di ricevere ogni insegnamento.
Quando la Bibbia ci insegna come comportarci, ciò è dovuto al fatto che per nostra natura noi non ci comporteremmo mai in quel modo. In questo caso, se Giacomo ci dice di essere pronti ad ascoltare, significa che la natura umana non è incline all’ascolto; ogni persona, infatti, ritiene che ciò che egli pensa sia più importante di ciò che pensano gli altri. L’ascoltare, invece, è un’abilità basilare che ognuno deve acquisire affinché vi sia la comunicazione ed un rapporto sano. Questa capacità deve essere applicata principalmente nel rapporto con Dio, perché se ci poniamo all’ascolto, allora Egli avrà certamente molteplici cose da dirci.
Lento a parlare.
Quando cadiamo nel peccato, dobbiamo porre attenzione a ciò che diciamo poiché potrebbe non essere la cosa giusta, oppure, pur essendo la cosa giusta, non è il momento più indicato per proferirla. Riflettiamo attentamente prima di parlare, poiché ogni parola può ferire un’altra persona e non è poi possibile cancellarla. Un consiglio analogo è già stato dato da Salomone, un re molto saggio:
Proverbi 10:19. Nelle molte parole non manca la colpa, ma chi frena le sue labbra è saggio.
Rallentiamo le parole e, prima di pronunciarle chiediamoci quale effetto avranno sull’altra persona.
Proverbi 13:3. Chi custodisce la sua bocca protegge la propria vita, ma chi apre troppo le labbra va incontro alla rovina,
C’è chi dice che se abbiamo due orecchie ma una lingua sola forse ciò significa che dobbiamo ascoltare due volte e parlare una volta sola. Un rabbino ebraico, invece, affermava che le due orecchie devono essere sempre ben aperte, mentre la lingua è stata posta da Dio dietro ad un recinto di denti perché venga da essi trattenuta e faccia meno danni di quanti potrebbe compiere.
Il nostro parlare dovrebbe riflettere la stessa grazia che ci ha portati alla salvezza in Cristo.
Lento all’ira.
L’ira non deve mai trasformarsi in peccato.
Efesini 4:26. Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sul vostro cruccio;
Qui Paolo ci dice che possiamo adirarci senza peccare, poiché, al contrario, l’ira senza controllo è peccato. Quando veniamo ammoniti, ad esempio, possiamo rispondere con l’ira, sia essa interiore che esteriore, e tale sentimento provoca il risentimento. L’ira incontrollata ci induce a parlare senza freni, pronunciando parole che vengono emesse senza controllo e che, quindi, provocano degli effetti non voluti. Solo lo Spirito Santo può guidarci e mantenere in noi l’autocontrollo.
Proverbi 16:32. Chi è lento all’ira val più di un forte guerriero, e chi domina il suo spirito val più di chi espugna una città.
Lo scrittore di questi versetti è Salomone, un uomo che ha partecipato a numerose battaglie, eppure egli sottolinea la difficoltà di dominare se stesso, affermando che essa è superiore al riportare delle vittorie in battaglia. Per questo motivo la nuova nascita deve cambiarci, affinché tale mutamento sia una testimonianza per il mondo.
Proverbi 25:28. L’uomo che non sa dominare la propria ira è come una città smantellata senza mura.
Qui è l’altro lato della medaglia: un uomo senza autocontrollo è come una città senza protezione e, quindi, vulnerabile per il nemico. Là dove ci porta la nostra ira c’è il danno, che può essere evitato unicamente seguendo la guida dello Spirito Santo.
Vs. 20. perché l’ira dell’uomo non promuove la giustizia di Dio.
L’ira fa compiere all’uomo una magra figura.
Vs. 21. Perciò, deposta a ogni lordura e residuo di malizia, ricevete con mansuetudine la parola piantata in voi, la quale può salvare le anime vostre.
Fino a questo momento ci è stato insegnato come rispondere a qualcuno che ci insegna la retta via, ossia ascoltando prontamente, valutando con serenità, rispondendo lentamente e senza provare ira dentro di noi. Ora ci viene detto qualcosa di più circa il nostro atteggiamento: se non eliminiamo da noi questi aspetti negativi, non riusciremo a ricevere. La parola originale che qui viene tradotta con “deporre” è un termine che si riferisce all’atto di spogliarsi per togliere dal nostro corpo gli indumenti sporchi.
Quando qualcuno usa la Parola per mostrarci i nostri errori dobbiamo ricevete con mansuetudine quanto ci viene detto, ricordando che la Bibbia è lo strumento prediletto da Dio per purificarci e conformarci all’immagine di Cristo.
Gesù ha espresso tale concetto in modo ancora più radicale.
Matteo 5:29. Ora, se il tuo occhio destro ti è causa di peccato, cavalo e gettalo via da te perché è meglio per te che un tuo membro perisca, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna;
L’idea che qui Gesù vuole comunicare è quella di essere spietati con il peccato, senza considerarlo come qualcosa di innocente o di controllabile. Esso va sradicato senza pietà, poiché altrimenti crescerà e ci avvolgerà totalmente, senza darci via si scampo.
Salmo 25:9. Egli guiderà i mansueti nella giustizia e insegnerà la sua via agli umili. Questa è una lezione che vuole spingerci a ricevere la Parola con umiltà.
Isaia 66:2. Tutte queste cose le ha fatte la mia mano e tutte quante sono venute all’esistenza, dice l’Eterno. Su chi dunque volgerò lo sguardo? Su chi è umile, ha lo spirito contrito e trema alla mia parola.
Chi è umile considera la Parola con riverenza.
Vs. 22-24. E siate facitori della parola e non uditori soltanto, ingannando voi stessi. 23 Poiché, se uno è uditore della parola e non facitore, è simile a un uomo che osserva la sua faccia naturale in uno specchio; 24 egli osserva se stesso e poi se ne va, dimenticando subito com’era.
Ciò che impariamo dalla Parola deve essere messo in pratica, poiché la sostanza della nostra fede si vede nel nostro agire. Non è sufficiente dichiarare un credo, ma è necessario vivere in base ad esso. Ad esempio, è molto facile essere d’accordo con la necessità di rivolgersi a Dio in preghiera, ma ciò non significa che utilizziamo tale mezzo.
Matteo 7:24-27. Perciò, chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, io lo paragono ad un uomo avveduto, che ha edificato la sua casa sopra la roccia. 25 Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa; essa però non crollò, perché era fondata sopra la roccia. 26 Chiunque invece ode queste parole non le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo stolto, che ha edificato la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde poi la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa; essa crollò e la sua rovina fu grande".
Se non vogliamo crollare come la casa edificata sulla sabbia dobbiamo mettere in pratica quanto insegnato dalla Parola di Dio.
La Bibbia è il nostro specchio, il quale ha lo scopo di mostrarci i nostri pregi, ma soprattutto i nostri difetti, affinché possiamo porvi rimedio, migliorando il nostro aspetto spirituale (carattere, comportamento).
Vs. 25. Ma chi esamina attentamente la legge perfetta, che è la legge della libertà, e persevera in essa, non essendo un uditore dimentichevole ma un facitore dell’opera, costui sarà beato nel suo operare.
Come essere veramente felice? Ascoltando e mettendo in pratica la Parola di Dio. Essa deve essere ascoltata attentamente e poi applicata alla nostra vita. Quindi è necessario perseverare nella Parola, ossia applicandola oggi, domani, dopodomani e nel futuro, giorno per giorno, fino all’incontro con Cristo Gesù.
Vs. 26. Se qualcuno fra voi pensa di essere religioso, ma non tiene a freno la sua lingua, certamente egli inganna il suo cuore, la religione di quel tale è vana.
Il nostro modo di parlare è fondamentale per comprendere la qualità del nostro rapporto con Dio, poiché se non teniamo a freno la lingua ciò significa che la nostra comunione spirituale con il Padre non è di buona qualità. A volte possiamo apparire irreprensibili, tuttavia ciò che diciamo quando ci sentiamo in libertà mostra ciò che siamo realmente. E’ facile essere religiosi esteriormente. La Bibbia riporta numerosi esempi di persone che seguivano scrupolosamente gli aspetti esteriori della religione, ma dentro al loro cuore erano lontani da Dio.
Marco 7:6-8. Ma egli, rispondendo, disse loro: "Ben profetizzò Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. 7 Ma invano mi rendono un culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini" 8 Trascurando infatti il comandamento di Dio, vi attenete alla tradizione degli uomini: lavatura di brocche e di coppe; e fate molte altre cose simili".
Noi vediamo solo l’apparenza delle persone, ma Dio vede il cuore di ognuno.
Il vero indicatore della nostra condizione spirituale è la lingua:
Efesini 4:9. Or questo: "E’ salito" che cosa vuol dire se non che prima era pure disceso nelle parti più basse della terra?
Efesini 5:3-4. Ma come si conviene ai santi, né fornicazione, né impurità alcuna, né avarizia siano neppure nominate fra di voi; 4 lo stesso si dica della disonestà, del parlare sciocco e della buffoneria, le quali cose sono sconvenienti, ma piuttosto abbondi il rendimento di grazie.
Tito 2:7-8 presentando in ogni cosa te stesso come esempio di buone opere, mostrando nell’insegnamento integrità, dignità, incorruttibilità, 8 un parlare sano ed irreprensibile, affinché l’oppositore sia svergognato, non avendo nulla di male da dire a vostro riguardo.
Se la lingua non è tenuta sotto controllo, ciò è frutto di una religione vana. Ora Giacomo ci elenca i frutti di una religione pura:
Vs. 27. La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puro dal mondo.
Questa non è una descrizione completa della religione pura, bensì una formulazione di esempi. Certamente è importante prendersi cura dei bisognosi in senso lato, non necessariamente solo degli orfani e delle vedove. I bisognosi, infatti, sono tutti coloro che si trovano nella sofferenza fisica, economica, di solitudine o spirituale. Al tempo di Gesù le vedove e gli orfani erano coloro che vivevano nella povertà, che subivano delle ingiustizie poiché incapaci di difendersi e che spesso vivevano nella paura. Oggi esistono persone che hanno problemi economici, di solitudine o quant’altro. Qualsiasi sia il tipo di afflizione, il principio di questo versetto è che la parte centrale della vita cristiana è quella di vivere per il bene degli altri. Questo è un principio da usare sia per quanto riguarda i nostri soldi, sia il nostro tempo, che i doni spirituali perché la chiesa è una famiglia.
Un esempio in tal senso è l’uomo aiutato dal buon samaritano, il quale non era certamente né un orfano né una vedova, ma sicuramente era nel bisogno.
Un altro esempio:
1 Giovanni 3:16-17. Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli. 17 Ora, se uno ha dei beni di questo mondo e vede il proprio fratello che è nel bisogno e gli chiude le sue viscere, come dimora in lui l’amore di Dio?
E’ importante aiutare chi è nel bisogno.
Talvolta chi è nel bisogno non chiede nulla ed allora è compito della chiesa cercare di vedere al di là delle apparenze. Un esempio in tal senso è riportato nel libro di Ruth. Essa era una vedova mohabita, entrata in Giuda con sua suocera Naomi. Andava a spigolare dietro ai raccoglitori di grano e fu notata da Boaz, il quale si informò su di lei e fece in modo che non le mancasse il cibo. Boaz rappresenta Cristo ed il suo rapporto con Ruth è lo stesso che il Signore ha con noi. E’ un esempio da imitare.
Rut 2:1-16 Or Naomi aveva un parente di suo marito, uomo potente e ricco della famiglia di Elimelek, che si chiamava Boaz. 2 Ruth, la Moabita, disse a Naomi: "Lasciami andare nei campi a spigolare dietro a colui agli occhi del quale troverò grazia". Ella le rispose: "Va’, figlia mia". 3 Così Ruth andò e si mise a spigolare in un campo dietro ai mietitori, e le capitò per caso di trovarsi nella parte del campo appartenente a Boaz, che era della famiglia di Elimelek. 4 Or ecco che Boaz venne da Betlemme e disse ai mietitori: "L’Eterno sia con voi!". Essi gli risposero: "L’Eterno ti benedica!". 5 Poi Boaz disse al suo servo incaricato di sorvegliare i mietitori: "Di chi è questa fanciulla?". 6 Il servo incaricato di sorvegliare i mietitori rispose: "E una fanciulla moabita che è tornata con Naomi dal paese di Moab. 7 Ella ci ha detto: "Vi prego, lasciatemi spigolare e raccogliere le spighe tra i covoni dietro ai mietitori". Così essa è venuta ed è rimasta da questa mattina fino ad ora; si è riposata in casa solo un momento". 8 Allora Boaz disse a Ruth: "Ascolta figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo, non allontanarti da qui, ma rimani con le mie serve. 9 Tieni gli occhi sul campo che mietono e va’ dietro a loro. Non ho forse ordinato ai miei servi di non molestarti? Quando hai sete va’ dove sono i vasi, a bere l’acqua attinta dai servi". 10 Allora Ruth si gettò giù, prostrandosi con la faccia a terra e gli disse: "Per quale ragione ho io trovato grazia ai tuoi occhi al punto che tu presti attenzione a me che sono una straniera?". 11 Boaz le rispose, dicendo: "Mi è stato riferito tutto ciò che hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai lasciato tuo padre, tua madre e il tuo paese natio, per venire a vivere con un popolo che prima non conoscevi. 12 L’Eterno ti ripaghi di quanto hai fatto, e la tua ricompensa sia piena da parte dell’Eterno, il DIO d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti!". 13 Ella gli disse: "Possa io trovare grazia ai tuoi occhi, o mio signore, poiché tu mi hai consolata e hai parlato al cuore della tua serva, sebbene io non sia neppure come una delle tue serve". 14 Al momento del pasto, Boaz le disse: "Vieni qui mangia il pane e intingi il tuo boccone nell’aceto". Così ella si pose a sedere accanto ai mietitori. Boaz le porse del grano arrostito, ed ella mangiò a sazietà e mise da parte gli avanzi. 15 Poi si levò per tornare a spigolare, e Boaz diede quest’ordine ai suoi servi, dicendo: "Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non rimproveratela; 16 inoltre lasciate cadere per lei delle spighe dai manipoli e abbandonatele, perché essa le raccolga, e non sgridatela".
Boaz nota la condizione di Ruth e cerca di porvi rimedio poiché il suo animo è predisposto a dare aiuto agli altri.
Conservarsi puri dal mondo: il mondo è dominato da Satana, per cui i cristiani, costretti a viverci, devono essere qualcosa di appartato rispetto al mondo. Dobbiamo rivolgere i nostri pensieri alle cose spirituali.
Giovanni 17:11. Ora io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, conservali nel tuo nome, quelli che tu mi hai dato, affinché siano uno come noi,
Giovanni 17:14-18. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neppure io sono del mondo, 15 Io non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Santificali nella tua verità, la tua parola è verità, 18 Come tu hai mandato me nel mondo, così ho mandato loro nel mondo.
Il mondo è dominato da Satana; utilizza valori e metri di misura diversi da quelli di Dio, poiché la vita attorno a noi è lontana dalla santità del Signore. Pertanto i cristiani devono appartarsi dal mondo giorno dopo giorno, quotidianamente, vivendo in modo da seguire gli insegnamenti della Bibbia.
Tito 2:11-13 Infatti la grazia salvifica di Dio è apparsa a tutti gli uomini, 12 e ci insegna a rinunziare all’empietà e alle mondane concupiscenze, perché viviamo nella presente età saggiamente, giustamente e piamente, 13 aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro, Gesù Cristo,
Colossesi 3:1-4. Se dunque siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. 2 Abbiate in mente le cose di lassù, non quelle che sono sulla terra, 3 perché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. 4 Quando Cristo che è la nostra vita apparirà, allora anche voi apparirete con lui in gloria.
Giacomo 4:4. Adulteri e adultere, non sapete che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio.
Dio ci chiama a vivere separati da ciò che è contaminato.
2 Corinzi 6:14-7:1. Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo diverso, perché quale relazione c’è tra la giustizia e l’iniquità? E quale comunione c’è tra la luce e le tenebre? 15 E quale armonia c’è fra Cristo e Belial? O che parte ha il fedele con l’infedele? 16 E quale accordo c’è tra il tempio di Dio e gli idoli? Poiché voi siete il tempio del Dio vivente, come Dio disse: "Io abiterò in mezzo a loro, e camminerò fra loro; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo". 17 Perciò "uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’immondo, ed io vi accoglierò, 18 e sarò come un padre per voi, e voi sarete per me come figli e figlie, dice il Signore Onnipotente". 1 Avendo dunque queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito. compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio.
Efesini 4:17-24. Questo dunque attesto nel Signore, che non camminiate più come camminano ancora gli altri gentili, nella vanità della loro mente, 18 ottenebrati nell’intelletto, estranei alla vita di Dio, per l’ignoranza che è in loro e per l’indurimento del loro cuore. 19 Essi, essendo diventati insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni impurità con insaziabile bramosia. 20 Voi però non è così che avete conosciuto Cristo, 21 se pure gli avete dato ascolto e siete stati ammaestrati in lui secondo la verità che è in Gesù 22 per spogliarvi, per quanto riguarda la condotta di prima, dell’uomo vecchio che si corrompe per mezzo delle concupiscenze della seduzione, 23 per essere rinnovati nello spirito della vostra mente, 24 e per essere rivestiti dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e santità della verità.
Il mondo è contaminato e molte cose che comunemente gli uomini ritengono essere normali sono invece impure agli occhi di Dio. Per questo motivo dobbiamo valutare il nostro modo di parlare, agire, vestirci e trascorrere il tempo per conformarci al metro di Dio Padre.