Genesi 32

Genesi 32:1-12
Craig Quam
Genesi 32:13-32
Craig Quam

Cap. 32

In questo capitolo troviamo ancora Giacobbe in viaggio verso Canaan.

Giacobbe si prepara a incontrare Esaù

Giacobbe si mette in cammino verso la terra di Canaan con tutta la sua tribù.

Vs. 1-8.  (32-2) Giacobbe continuò il suo cammino e gli vennero incontro degli angeli di Dio. 2  (32-3) Come Giacobbe li vide, disse: «Questo è l’esercito di Dio». E chiamò quel luogo Maanaim.(significa “due accampamenti”, “due eserciti”) 

Giacobbe viene scortato dagli angeli, come accade ai figli di Dio.

3  (32-4) Giacobbe mandò davanti a sé dei messaggeri a Esaù suo fratello, nel paese di Seir, nella campagna di Edom. 4  (32-5) E diede loro quest’ordine: «Direte queste cose a Esaù mio signore: "Così dice il tuo servo Giacobbe: Io ho abitato presso Labano e vi sono rimasto fino ad ora; 5  (32-6) ho buoi, asini, pecore, servi e serve; lo mando a dire al mio signore, per trovare grazia ai tuoi occhi"». 6  (32-7) I messaggeri tornarono da Giacobbe, dicendo: «Siamo andati da tuo fratello Esaù ed eccolo che ti viene incontro con quattrocento uomini». 7  (32-8) Allora Giacobbe fu preso da gran paura e angoscia, divise in due schiere la gente, le greggi, gli armenti, i cammelli che erano con lui e disse: 8  (32-9) «Se Esaù viene contro una delle schiere e la batte, l’altra che rimane potrà salvarsi». 

Quando vent’anni prima Giacobbe partì per la casa di Labano, Esaù si consolava pensando al giorno in cui lo avrebbe ucciso. Oggi Giacobbe teme ancora l’ira del fratello per la sua vita ed il pensiero di saperlo in viaggio verso di lui, con 400 uomini al seguito, accentuava la sua paura. Per questo motivo Dio lo consola mandandogli incontro degli angeli. Giacobbe è di nuovo rassicurato circa la protezione che Dio gli concede, accompagnandolo lungo il viaggio. Questa certezza arriva quando Giacobbe ne ha bisogno. Quando Dio è all’opera, la lotta è spirituale ed avviene attraverso degli angeli, suoi ministri.

Aveva mandato dei messaggeri in avanscoperta, ma essi non hanno riferito circa l’umore di Esaù, ma solo del fatto che egli era in arrivo; certamente era un segno negativo.

Giacobbe ricomincia a ragionare umanamente, senza tener conto delle meraviglie che ha visto compiere a Dio: ha fatto un’esperienza grandiosa con l’Eterno, ma ora ha paura ed ha già dimenticato ogni cosa. Non chiede l’intervento divino, ma elabora un piano basato sulla sua intelligenza e divide la sua famiglia in due schiere, in modo che, se una parte dovesse soccombere, almeno l’altra resterebbe in vita: non sta camminando per fede ed ha dimenticato la cura che Dio gli ha riservato per vent’anni.

Poco tempo prima, parlando con Labano, aveva dichiarato la bontà e la fedeltà di Dio nella sua vita, ma ora sembra aver dimenticato tanta cura:

Genesi  31:41-42.  Ecco vent’anni che sono in casa tua; ti ho servito quattordici anni per le tue due figlie e sei anni per le tue pecore, e tu hai modificato il mio salario dieci volte. 42  Se il Dio di mio padre, il Dio d’Abraamo e il Terrore d’Isacco non fosse stato con me, ora tu mi avresti certo rimandato a mani vuote. Dio ha visto la mia afflizione e la fatica delle mie mani e la notte scorsa ha pronunziato la sua sentenza». 

Il Signore è con lui e lo protegge; alla prima difficoltà, però, Giacobbe viene preso dall’angoscia e non si rivolge a Dio nell’afflizione.

Poi comincia a tornare in sé e a ricordare:

Vs. 9.  (32-10) Poi Giacobbe disse: «O Dio d’Abraamo mio padre, Dio di mio padre Isacco! O SIGNORE, che mi dicesti: "Torna al tuo paese, dai tuoi parenti e ti farò del bene", 

Ricomincia a camminare per fede e a proclamare la parola di Dio, ricordando le Sue promesse. Riconosce la santità di Dio e la sua divinità: Egli è stato il Dio dei suoi avi ed ora è il suo e, come ha fatto in passato, anche oggi si prenderà cura di lui, difendendolo da suo fratello. Giacobbe dimostra una totale dipendenza dal Dio in cui crede. Ripete le promesse ricevute, accrescendo la sua fede, anche se in questo momento il senso di colpa e la paura lo dominano grandemento.

Vs. 10.  (32-11) io sono troppo piccolo per essere degno di tutta la benevolenza che hai usata e di tutta la fedeltà che hai dimostrata al tuo servo; 

Si avvicina a Dio con umiltà: “Non sono degno”. Il suo cuore è grato per quanto ha ricevuto.

perché quando passai questo Giordano avevo solo il mio bastone, e ora ho due schiere. 

Riconosce quanto Dio ha fatto nella sua vita: dalla povertà alla ricchezza, sia materiale che spirituale.

A volte Dio permette la siccità nella nostra vita per arricchire la nostra fede, poiché sperimentando il suo intervento miracoloso, comprendiamo quanta cura abbia per noi; allo stesso modo, al presentarsi di un’altra difficoltà, ricorderemo chi Egli sia e come agisce per noi, e non avremo più paura. Le prove ci fanno crescere.

Riguardiamo, invece, il primo incontro che ebbe con Dio a Bethel:

Genesi 28: 20-21.  Giacobbe fece un voto, dicendo: «Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, 21  e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il SIGNORE sarà il mio Dio.

Qui c’è un Giacobbe molto diverso, che mercanteggia con Dio.

Ora Giacobbe comincia a esprimere le sue richieste:

Vs. 11.  (32-12) Liberami, ti prego, dalle mani di mio fratello, dalle mani di Esaù, perché io ho paura di lui e temo che venga e mi assalga, non risparmiando né madre né figli. 

Esprime con sincerità la sua paura, ma confida in Lui e sa che l’Eterno è dalla sua parte. Umanamente parlando non ha alcuna possibilità di scampo, ma crede che Dio possa soccorrerlo.

Vs. 12.  (32-13) Tu dicesti: "Certo, io ti farò del bene e farò diventare la tua discendenza come la sabbia del mare, tanto numerosa che non la si può contare"». 

Ricorda a se stesso le promesse di Dio ed in esse si consola. Ricordiamo che Egli può fare opere ben maggiori di qualunque azione che possiamo immaginare.

Ora Giacobbe ha un incontro con qualcuno, non si sa bene con chi, poiché la Parola parla di un uomo, poi di un angelo, ma poi Giacobbe afferma di aver visto Dio: è una cristofania, ossia un’apparizione di Cristo durante il Vecchio Testamento. 

Sono passati 20 anni dalla visione della scala, quella di Betel, quando ha incontrato il Signore per la prima volta; ora c’è la sua consacrazione totale a Dio e Giacobbe viene trasformato.

E’ preoccupato nell’incontrare suo fratello, perciò escogita un piano, formulato dalla sua mente, non dallo Spirito Santo:

egli decide di mandare dei doni a Esaù a più riprese, sperando che ricevendo tali cose, egli potesse decidere di risparmiare la vita a Giacobbe. Il dono (minhah) nella tradizione ebraica veniva dato ad una persona riconosciuta come superiore, allo scopo di guadagnarne il favore. Andando avanti nello studio di Genesi, però, vedremo chiaramente che l’amore per il fratello nascerà in Esaù ad opera dello Spirito Santo, non grazie ai doni ricevuti.

Qui vediamo però che Giacobbe prega Dio, ma poi mette in atto un piano umano: 

Vs. 13-18.  (32-14) Egli rimase là quella notte; e di ciò che possedeva prese di che fare un dono a suo fratello Esaù: 14  (32-15) duecento capre e venti becchi, duecento pecore e venti montoni, 15  (32-16) trenta cammelle che allattavano e i loro piccoli, quaranta vacche e dieci tori, venti asine e dieci puledri. 16  (32-17) Li consegnò ai suoi servi, gregge per gregge separatamente, e disse ai suoi servi: «Passate davanti a me e lasciate qualche intervallo tra gregge e gregge». 17  (32-18) E diede quest’ordine al primo: «Quando mio fratello Esaù t’incontrerà e ti chiederà: "Di chi sei? Dove vai? A chi appartiene questo gregge che va davanti a te?" 18  (32-19) Tu risponderai: "Al tuo servo Giacobbe; è un dono inviato al mio signore Esaù: ecco, egli stesso viene dietro di noi"». 

Rebecca e Isacco avevano avuto una profezia che, al contrario, indicava Esaù quale servo di Giacobbe. In ogni caso quest’ultimo, partito tanti anni prima da Betel come un usurpatore, vi fa ritorno con l’animo del servo.

Vs. 19-22.  (32-20) Diede lo stesso ordine al secondo, al terzo e a tutti quelli che seguivano le greggi, dicendo: «In questo modo parlerete a Esaù, quando lo troverete, 20  (32-21) e direte: "Ecco il tuo servo Giacobbe; egli stesso viene dietro a noi"». Perché diceva: «Io lo placherò con il dono che mi precede e dopo soltanto mi presenterò a lui; forse mi farà buona accoglienza». 21  (32-22) Così il dono andò davanti a lui ed egli passò la notte nell’accampamento. 22  (32-23) Quella notte si alzò, prese le sue due mogli, le sue due serve, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabboc. 

Giacobbe attraversa il guado con la sua famiglia.

Iabboc significa “versato, deposto sulla terra”, ma anche “lottare” e alcuni pensano che ciò sia dovuto al suo lottare con l’angelo.

Vs. 23-24.  (32-24) Li prese, fece loro passare il torrente e lo fece passare a tutto quello che possedeva. 

Lotta di Giacobbe contro l’angelo a Peniel

24  (32-25) Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; 

Giacobbe è solo davanti a Dio, senza nulla di ciò che gli appartiene (mogli, figli, averi): ognuno di noi vivrà un momento analogo alla fine della vita e non potremo imputare ad alcuno la colpa delle nostre scelte sbagliate. Saremo soli davanti a Dio, faccia a faccia.

Quello che avvenne segnò una svolta decisiva nella vita del patriarca. 

Per comprendere bene lo scopo del racconto è necessario osservarlo sotto diversi aspetti:

  • La lotta avviene quando Giacobbe è alle soglie della terra promessa, poiché il torrente Jabboc confluisce nel Giordano a Galaad;

  • Giacobbe acquisisce il nome di Israele;

  • il racconto è collegato con il nome del luogo, Peniel, dato da Giacobbe come risposta al suo nuovo nome;

  • la storia spiega un’usanza alimentare del popolo di Israele, che non faceva parte della legge mosaica. Gli Ebrei ortodossi ancora oggi non mangiano il tendine del quarto posteriore degli animali.

Vs. 25-26.  (32-26) quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. 26  (32-27) E l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!» 

La Scrittura dice che Giacobbe lottò fisicamente contro un uomo, in altre che lo fece contro un angelo, altre ancora contro Dio.

Quando i cristiani pensano al significato della parola “lottare” l’abbinano al nemico, non a Dio; anche Paolo in Efesini dice che lottiamo contro potestà e principati, non contro carne e sangue e si riferisce a Satana. Giacobbe, invece, lotta con Dio ed anche a noi cristiani in un certo senso Egli ci invita a lottare attraverso la preghiera.

Ezechiele 22: 29.   Il popolo del paese si dà alla violenza, commette rapine, calpesta l’afflitto e il povero, opprime lo straniero, contro ogni giustizia. 

Dio sta illustrando ad Ezechiele le condizioni di vita in cui versava il popolo in quel momento (sembra stia parlando dei tempi attuali).

30  Io ho cercato fra loro qualcuno che riparasse il muro e stesse sulla breccia davanti a me in favore del paese, perché io non lo distruggessi; ma non l’ho trovato. 31  Perciò, io riverserò su di loro il mio sdegno; io li consumerò con il fuoco della mia ira e farò ricadere sul loro capo la loro condotta, dice DIO, il Signore». 

Dio vede l’ingiustizia nel mondo anche oggi e cerca degli uomini e delle donne di preghiera che lottino con Lui spiritualmente, poiché desidera ardentemente che il suo popolo interceda. Egli non ha bisogno di noi, ma ha scelto di usarci quale strumento per operare nel mondo.

Gesù ci invita a lottare:

Luca 18: 1-8.   Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: 2  «In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; 3  e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: "Rendimi giustizia sul mio avversario". 4  Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: "Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, 5  pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa"». 6  Il Signore disse: «Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. 

La richiesta continua da parte della vedova spinge il giudice ingiusto ad agire in suo favore;

7  Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? 8  Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» 

Gesù sta per tornare sulla terra, perciò Dio ci dice di piangere davanti a Lui, pregare incessantemente, finché non vedremo la faccia di Dio.

Osea racconta la lotta di Gicobbe con Dio:

Osea 12: 1-6.  1  (12-2) Efraim si pasce di vento e va dietro al vento orientale; ogni giorno moltiplica le menzogne e le violenze; fa alleanza con l’Assiria e porta olio in Egitto. 2  (12-3) Il SIGNORE è anche in lite con Giuda, e punirà Giacobbe per la sua condotta, gli renderà secondo le sue opere. 

Con il nome “Giacobbe” qui Osea indica la nazione di Israele dei suoi tempi, discendente di Giacobbe. 

Poi, però, parla del vero Giacobbe:

3  (12-4) Nel seno materno egli prese il fratello per il calcagno e, nel suo vigore, lottò con Dio; 4  (12-5) lottò con l’Angelo e restò vincitore; egli pianse e lo supplicò. A Betel lo trovò, là egli parlò con noi. 5  (12-6) Il SIGNORE è Dio degli eserciti; il suo nome è il SIGNORE. 6  (12-7) Tu, dunque, torna al tuo Dio, pratica la misericordia e la giustizia, e spera sempre nel tuo Dio. 

Osea incita il popolo a tornare a Dio.

Di Giacobbe dice che (12-5) lottò con l’Angelo e restò vincitore; egli pianse e lo supplicò.

Quando due esseri umani lottano tra loro, generalmente fanno tutto ciò che è in loro potere per mettere in soggezione l’avversario: mostrano i muscoli, emettono grida … Qui, invece, viene descritto Giacobbe che piange e supplica Dio perché lo benedica ed abbia pietà di lui.

Dio vuole usarci quali strumenti, intercedere nella nostra vita per incontrarci faccia a faccia. La preghiera ci trasforma perché ci mette a contatto con la sua presenza.

Vs. 27.  (32-28) L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?» Ed egli rispose: «Giacobbe». 

L’angelo vuole che Giacobbe pronunci il suo nome perché una volta aveva mentito su di esso e si era spacciato per suo fratello. Sono passati tanti anni da allora e Dio ritorna sull’argomento; è faccia a faccia con Giacobbe e vuole che riconosca chi egli è.

Se si tiene presente che nel V.T. il nome rispecchiava il carattere naturale di chi lo portava, si comprende la ragione della domanda: il tipo di vita che Giacobbe conduceva doveva essere cambiato.

Vs. 28-29.  (32-29) Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto». 29  (32-30) Giacobbe gli chiese: «Ti prego, svelami il tuo nome». Quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?» 

Sono trascorsi 20 anni da quando Dio ha camminato al fianco di Giacobbe ed egli ancora chiede chi Egli sia; certamente nella domanda di Dio c’è l’ironia.

Vs. 30.  (32-31) E lo benedisse lì. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata». 

“Peniel” significa “la faccia di Dio”.

Vs. 31-32.  (32-32) Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dall’anca. 32  (32-33) Per questo, fino al giorno d’oggi, gli Israeliti non mangiano il nervo della coscia che passa per la giuntura dell’anca, perché quell’uomo aveva toccato la giuntura dell’anca di Giacobbe, al punto del nervo della coscia. 

Giacobbe si santifica a Dio: non cammina più per la sua umanità, ma da cristiano. “Israele” è un nome che nasce dall’unione di “El”, che significa “Dio” e “Sarai”, nome della moglie di Abramo, che significa “principessa” o “principe”. “Israele” significa “Principe con Dio”, oppure “governato da Dio”.

Giacobbe, infatti, non è più un imbroglione, ma una persona che vuole essere governata da Dio.

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