Genesi 21

Genesi 21:1-21
Craig Quam
Genesi 21:22-34
Craig Quam

Cap. 21

In questo capitolo troviamo:

  • la nascita di Isacco, il figlio della promessa;

  • l’allontanamento di Ismaele, il figlio secondo la carne;

  • l’alleanza tra Abramo e Abimelec.

Nascita di Isacco

Vs. 1-2. Il SIGNORE visitò Sara come aveva detto; e il SIGNORE fece a Sara come aveva promesso. 2  Sara concepì e partorì un figlio ad Abraamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato. 

Dio aveva promesso questo figlio ad Abramo 25 anni prima, quando era ad Aran (cap. 12), ma la Parola dichiara che tutto accade quando Dio ha stabilito, ossia nel tempo opportuno. Da ciò comprendiamo che non dobbiamo mai smettere di pregare, perché la risposta verrà a tempo debito, forse domani. Dio è fedele e non dimentica nessuna delle nostre preghiere. 

Isacco nasce secondo la promessa, poiché nessuna parola dell’Eterno rimane irrealizzata; Egli è fedele e tale caratteristica è la base del rapporto tra il Creatore ed il suo popolo; le sue promesse sono “si e amen”.

Isacco nasce nel tempo stabilito da Dio, che è puntuale nell’adempiere le sue promesse; esse non si verificano secondo i nostri desideri, ma certamente arrivano quando è il momento giusto.

Isacco non nasce per la capacità umana (i suoi genitori erano troppo anziani per procreare), ma totalmente grazie all’agire dell’Eterno.

Ora Abramo obbedisce puntualmente a tutte le richieste di Dio:

  • dà al bambino il nome di Isacco

  • lo circoncide all’ottavo giorno.

Vs. 3-7.  Abraamo chiamò Isacco ( vuol dire “ridere”) il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. 

Il nome “Isacco” doveva servire da promemoria, poiché:

  • Abramo aveva riso di gioia quando aveva ricevuto la promessa della sua paternità (Gen. 17:17),

  • Sara aveva, invece, riso di sfiducia.

  • Un terzo aspetto, meno importante, sta nella derisione subita da Isacco da parte di Ismaele.

4  Abraamo circoncise suo figlio Isacco all’età di otto giorni, come Dio gli aveva comandato. 5  Abraamo aveva cent’anni quando gli nacque suo figlio Isacco. 6  Sara disse: «Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l’udrà riderà con me». 

In ebraico è un gioco di parole, considerando il significato del nome del bambino.

Isacco in molte occasioni rappresenta il Signore Gesù, ma qui è la figura della nuova nascita, sperimentata da tutti i credenti. Come la vera gioia si ha conoscendo Gesù, così la nascita di questo bambino è una gioia grande, che mette la risata in bocca.

Quando conosciamo Gesù ci cade un velo dagli occhi, comprendiamo il significato della vita ed il senso degli avvenimenti che accadono ogni giorno; non dobbiamo temere davanti alle crisi mondiali perché sappiamo che la nostra vita è nelle mani del Padre.

7  E aggiunse: «Chi avrebbe mai detto ad Abraamo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure io gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia». 

Agar scacciata da Sara ma soccorsa da Dio

Ora sorge un problema, in mezzo a tanta gioia, perché un altro bambino era nato prima di lui ed un’altra donna era divenuta madre tramite Abramo.

Quando ci siamo convertiti, abbiamo visto attorno a noi alcune persone gioiose (altri credenti) ed altre sconcertate o addirittura arrabbiate (non credenti), perché il cambiamento avvenuto nella nostra vita non è stato gradito a tutti.

Vs. 8-12.  Il bambino dunque crebbe e fu divezzato. Nel giorno che Isacco fu divezzato, Abraamo fece un grande banchetto. 9  Sara vide che il figlio partorito ad Abraamo da Agar, l’Egiziana, rideva;(letteralmente: beffava Isacco, lo derideva). 

Alcuni studiosi ritengono che la schiavitù subita dai discendenti di Abramo e causata dagli Egiziani abbia la sua origine in questo fatto.

In ogni caso, Ismaele aveva 14 anni più di Isacco e, invece di prendersi cura del fratellino, nel gioco trova ogni occasione per deriderlo, approfittando del fatto che il più piccolo non è in grado di difendersi.

In generale, vi è inimicizia tra i figli del serpente e quelli di Dio; questi ultimi vengono spesso derisi e perseguitati, ma hanno già la vittoria nelle mani grazie a Gesù Cristo.

10  allora disse ad Abraamo: «Caccia via questa serva e suo figlio; perché il figlio di questa serva non dev’essere erede con mio figlio, con Isacco». 11  La cosa dispiacque moltissimo ad Abraamo a motivo di suo figlio. 12  Ma Dio disse ad Abraamo: «Non addolorarti per il ragazzo, né per la tua serva; acconsenti a tutto quello che Sara ti dirà, perché da Isacco uscirà la discendenza che porterà il tuo nome. 

Sara desidera che Aggar e Ismaele vengano cacciati via; è una decisione crudele, ma appoggiata da Dio.

Sappiamo che a quel tempo le donne traevano protezione dall’essere accanto agli uomini, perciò il fatto di allontanare Aggar significava condurla a morte certa. Dio assicura la propria cura su queste due persone e mantiene la promessa; infatti Ismaele sarà il padre delle 12 tribù dell’Arabia saudita: la famiglia reale discende da lui, come tutto il popolo musulmano.

Dio è così duro in quel momento perché Isacco ed Ismaele raffigurano due aspetti spirituali;  Paolo dichiara che la loro vita è un’allegoria, ossia un esempio per comprendere delle verità profonde.

Ismaele nasce secondo la carne e non è l’adempimento della promessa di Dio nella vita di suo padre. E’ il frutto di una scelta umana, che non poteva essere benedetta. Questo concetto deve essere ben compreso dai credenti perché ha a che fare strettamente anche con noi oggi: come Ismaele non poteva convivere con Isacco, così il peccato non può coesistere accanto alla santità; ciò che per noi è un legame deve essere rimosso. La nuova nascita non è qualcosa che viene aggiunta alla nostra vecchia vita, ma un cambiamento radicale del nostro essere, che deve ora camminare in santità; il vecchio uomo in noi è morto e purificato e deve essere cacciato via, perché non ci contamini.

Dio appare duro con Ismaele, ma la realtà spirituale ci insegna che le opere umane non possono ereditare le benedizioni eterne: le nostre opere non portano a nulla di buono, ma la salvezza ci viene solamente dalla fede in ciò che Cristo ha compiuto per noi. Non c’è nulla da aggiungere a tale opera.

Abramo è dispiaciuto perché Ismaele è suo figlio. Spiritualmente parlando, ci sono delle opere carnali che a noi piacciono molto e dalle quali ci separiamo malvolentieri; Dio però ci chiede di far morire ogni aspetto contaminante.

Questo concetto deve essere compreso profondamente per sperimentare la vera vittoria nel nostro cammino cristiano  e le benedizioni preparate per noi: in Ismaele, il nostro vecchio uomo, non vi è nulla di buono.

 Romani 8:6-8.  Ma ciò che brama la carne è morte, mentre ciò che brama lo Spirito è vita e pace; 7  infatti ciò che brama la carne è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo; 8  e quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio. 

Ciò che è carnale non piace a Dio perché è l’antitesi di ciò che Egli è. C’è un profondo conflitto tra la carnalità e la spiritualità:

Romani 7: 12-19.  Così la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono.  Il problema non sta nel comandamento di Dio, che è buono, ma in noi, che siamo carnali. 13  Ciò che è buono, diventò dunque per me morte? No di certo! É invece il peccato che mi è diventato morte, perché si rivelasse come peccato, causandomi la morte mediante ciò che è buono; affinché, per mezzo del comandamento, il peccato diventasse estremamente peccante. Finché non siamo nati di nuovo, la nostra carne ci appare positiva; tuttavia, quando sorge il contrasto con ciò che è spirituale, allora comprendiamo la peccaminosità della carne. 14  Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. 15  Poiché, ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio. 16  Ora, se faccio quello che non voglio, ammetto che la legge è buona; 17  allora non sono più io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me. Dobbiamo imparare a stimane di meno noi stessi, perché la Parola di Dio afferma che in noi non vi è nulla di buono. Prima della sua conversione, Paolo uccideva i credenti con zelo, pensando di fare la volontà di Dio. Solo quando ha incontrato Gesù sulla via di Damasco ha compreso quanto fosse grande la sua iniquità e si è ravveduto. 18  Difatti, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. 19  Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. 

24  Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? 

Ogni aspetto che non appartiene a Dio deve essere annientato perché

Giacomo 2:10. Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti. 

Chi ci libererà dal nostro io carnale? Solo Gesù, al quale rendiamo grazie.

Romani 7:25. Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Così dunque, io con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato. 

La nostra carne resterà ancorata al peccato fino al giorno della nostra morte o del rapimento, quando ci rivestiremo con un corpo non corrotto dal peccato.

Efesini 2: 1 / 4-6.  Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati, 

4  Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, 5  anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), 6  e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, 

Prima di conoscere Dio eravamo morti, non c’era vita in noi e non avevamo alcuna possibilità di sopravvivere. Un morto va in putrefazione.

Ma Dio, ricco in misericordia, ci ha donato una vita nuova, spirando il suo Spirito in noi: solo per grazia possiamo camminare con il Signore, non per le nostre forze.

Galati 4:21-31.   Ditemi, voi che volete essere sotto la legge, non prestate ascolto alla legge? Cosa dichiara la legge? Giacomo afferma che essa deve essere rispettata in ogni punto, altrimenti abbiamo fallito completamente e non vi è salvezza. Nel vecchio testamento il destino umano dipendeva dall’uomo stesso, quindi era destinato alla perdizione, mentre nel Nuovo si basa sul sacrificio di Cristo, che è completo e non bisognoso di alcuna aggiunta umana.  22  Infatti sta scritto che Abraamo ebbe due figli: uno dalla schiava e uno dalla donna libera; 23  ma quello della schiava nacque secondo la carne, mentre quello della libera nacque in virtù della promessa. 24  Queste cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono due patti; uno, del monte Sinai, genera per la schiavitù, ed è Agar. Nel monte Sinai sono stati dati i 10 comandamenti. 

25  Infatti Agar è il monte Sinai in Arabia e corrisponde alla Gerusalemme del tempo presente, che è schiava con i suoi figli. 26  Ma la Gerusalemme di lassù è libera, ed è nostra madre. Sta parlando delle Gerusalemme celeste.

27  Infatti sta scritto: «Rallègrati, sterile, che non partorivi! Prorompi in grida, tu che non avevi provato le doglie del parto! Poiché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi di quelli di colei che aveva marito». 28  Ora, fratelli, come Isacco, voi siete figli della promessa. 29  E come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello che era nato secondo lo Spirito, così succede anche ora. 

Gli Ebrei perseguitavano i Gentili perché essi erano nella libertà dello Spirito. E così accade anche oggi, quando i credenti criticano gli altri, ad esempio, per il loro abbigliamento.

30  Ma che dice la Scrittura? Caccia via la schiava e suo figlio; perché il figlio della schiava non sarà erede con il figlio della donna libera. 31  Perciò, fratelli, noi non siamo figli della schiava, ma della donna libera. 

Siamo liberi in Gesù, perciò dobbiamo spogliarci del vecchio uomo e rivestirci di Cristo. Non possiamo mescolare i due aspetti e scegliere: o la grazia o la legge, o Isacco o Ismaele, o la libertà o la schiavitù. 

Abramo è profondamente rattristato per l’allontanamento di Ismaele, ma Dio gli dà pace mostrandogli l’opera che vuole fare tramite questo ragazzo:

Vs. 13.  Anche del figlio di questa serva io farò una nazione, perché appartiene alla tua discendenza». 

Vs. 14.  Abraamo si alzò la mattina di buon’ora, prese del pane e un otre d’acqua e li diede ad Agar, mettendoglieli sulle spalle con il bambino, e la mandò via. Lei se ne andò e vagava per il deserto di Beer-Seba. 

Abramo obbedisce prontamente al volere di Dio e al mattino presto manda via Aggar e il bambino. Questo è un atteggiamento di sottomissione totale, poiché il suo comportamento era contrario al sentimento che provava; resosi conto di quale fosse il volere di Dio, Abramo, senza obiettare, compie quanto gli è stato comandato; manda via Aggar con pochi viveri e senza una serva che l’accompagni.

Vs. 15-21.  Quando l’acqua dell’otre finì, lei mise il bambino sotto un arboscello. 16  E andò a sedersi di fronte, a distanza di un tiro d’arco, perché diceva: «Che io non veda morire il bambino!» E seduta così di fronte, alzò la voce e pianse. 

Ben presto si trova in difficoltà: il cibo finisce e Ismaele sta per morire; un tempo avevano cibo in abbondanza nella casa di Abramo ed ora sono assetati ed affamati, allo stremo delle forze. Aggar è disperata, presumibilmente desiderosa delle briciole della mensa del padrone, che aveva ritenute scontate, ma che ora rimpiange amaramente.

Ecco che Dio interviene ed un angelo conforta la donna:

17  Dio udì la voce del ragazzo e l’angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del ragazzo là dov’è. 18  Alzati, prendi il ragazzo e tienilo per mano, perché io farò di lui una grande nazione». 19  Dio le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d’acqua e andò, riempì d’acqua l’otre e diede da bere al ragazzo. 20  Dio fu con il ragazzo; egli crebbe, abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco. 21  Egli si stabilì nel deserto di Paran e sua madre gli prese per moglie una donna del paese d’Egitto. 

Alleanza fra Abrahamo e Abimelek a Beer-Sceba

Abramo ha mentito, dando una testimonianza indegna per un figlio di Dio, però ora gli viene data un’altra possibilità, poiché ha compreso il suo errore, lo ha confessato e si è pentito.

Vs. 22.  In quel tempo Abimelec, accompagnato da Picol, capo del suo esercito, parlò ad Abraamo, dicendo: «Dio è con te in tutto quello che fai. 

Poco prima Abimelec aveva rimproverato Abramo per aver portato il peccato nella sua nazione, ma ora riconosce la presenza di Dio nella vita di questo straniero.

Dio può redimere la nostra testimonianza, se ci rivolgiamo a Lui chiedendo di essere perdonati per l’errore commesso.

Vs. 23-24.  Giurami dunque qui, nel nome di Dio, che tu non ingannerai me, né i miei figli, né i miei nipoti; ma che userai verso di me e verso il paese dove hai abitato come straniero la stessa benevolenza che io ho usata verso di te». 24  Abraamo rispose: «Lo giuro». 

Effettivamente Abimelec si era sempre comportato correttamente nei confronti di Abramo.

Vs. 25-27.  Poi Abraamo fece delle rimostranze ad Abimelec a causa di un pozzo d’acqua di cui i servi di Abimelec si erano impadroniti con la forza. 26  Abimelec disse: «Io non so chi abbia fatto questo; tu stesso non me l’hai fatto sapere e io non ne ho sentito parlare che oggi». 27  Abraamo prese pecore e buoi e li diede ad Abimelec; e i due fecero alleanza. 

I due uomini stringono un’alleanza che, però, come vedremo in seguito, non verrà rispettata dai loro successori.

Vs. 28-29.  Poi Abraamo mise da parte sette agnelle del gregge. 29  E Abimelec disse ad Abraamo: «Che cosa significano queste sette agnelle che tu hai messe da parte?» 

Perché proprio 7 agnelle?

Il numero 7 rappresenta la completezza, come termine di un progetto e come perfezione.

Vs. 30.  Abraamo rispose: «Tu accetterai dalla mia mano queste sette agnelle, perché ciò mi serva di testimonianza che io ho scavato questo pozzo». 

Abramo risponde che tale dono serve come testimonianza.

Nella Bibbia la frase “7 agnelle” appare 13 volte nel VT, 11 delle quali in Numeri 28 e 29.

In Levitico Dio dà a tutti gli Israeliti gli ordini relativi alle 7 feste annuali: Pasqua, pane azzimo, primizie, pentecoste, delle trombe, dell’espiazione e dei tabernacoli. Ad esempio, in occasione della Pasqua ogni famiglia doveva immolare un agnello e spargerne il sangue lungo gli stipiti delle porte, affinché lo spirito della morte risparmiasse quella casa e passasse oltre. Ciò ha un significato profondo per ogni credente di oggi: colui che accetta la salvezza attraverso il sangue di Gesù non subirà il giudizio, ma sarà salvo per l’eternità, essendo “in Cristo”.

In Numeri 28, invece, istruisce i sacerdoti circa i sacrifici che dovevano rivolgere a Dio lungo il corso dell’anno.

Numeri 28: 11. Il primo giorno di ogni mese offrirete come olocausto al SIGNORE due tori, un montone, sette agnelli dell’anno, senza difetti, (TUTTI I MESI)

Numeri 28: 19.   ma offrirete, come sacrificio consumato dal fuoco, un olocausto al SIGNORE: due tori, un montone e sette agnelli dell’anno che siano senza difetti;  (FESTA DI PASQUA)

Numeri 28: 27.    Offrirete, come olocausto di profumo soave al SIGNORE, due tori, un montone e sette agnelli dell’anno; (FESTA DI PENTECOSTE)

Numeri 29: 2.  Offrirete, come olocausto di profumo soave per il SIGNORE, un toro, un montone, sette agnelli dell’anno senza difetti (FESTA DELLE TROMBE)

Numeri 29:8.   e offrirete, come olocausto di profumo soave al SIGNORE, un toro, un montone, sette agnelli dell’anno, che siano senza difetti, (FESTA DELL’ESPIAZIONE)

Numeri 29:36.   e offrirete, come olocausto, come sacrificio consumato dal fuoco, di profumo soave per il SIGNORE, un toro, un montone, sette agnelli dell’anno senza difetti, (FESTA DELLE CAPANNE)

Quasi tutte le feste, quindi, prevedevano il sacrificio dei sette agnelli, sei feste su sette; il settimo agnello, infatti, è stato Gesù. Egli è l’offerta perfetta che toglie i peccati dal mondo ed in questo modo è stato riconosciuto da Giovanni Battista sulle rive del Giordano.

I sette agnelli offerti nelle varie feste raffiguravano l’opera umana, ma il sacrificio di Cristo è stato la completezza.

L’offerta di Abramo è antecedente alla legge, perciò ci possiamo domandare chi lo ha ispirato nello scegliere l’offerta corretta da dare ad Abimelec? Lo Spirito Santo, che preannunciava l’avvento dell’agnello perfetto per cancellare il peccato dell’uomo.

Vs. 30-34.  Abraamo rispose: «Tu accetterai dalla mia mano queste sette agnelle, perché ciò mi serva di testimonianza che io ho scavato questo pozzo». 31  Per questo egli chiamò quel luogo Beer-Sceba, perché entrambi vi avevano fatto giuramento. 32  Così fecero alleanza a Beer-Sceba. 

Beer-Sceba: 

Beer significa “pozzo” o “buco”;

Sceba significa “sette”, ma c’è un termine simile che significa “giuramento o patto”. 

Quindi: come voleva chiamare Abramo quel pozzo? 

Luogo del giuramento, in memoria del patto stretto con Abimelec? Luogo dei sette agnelli, ricordando le agnelle donate ad Abimelec come apprezzamento per il fatto di avere il diritto di usare il pozzo? A quel tempo, infatti, l’acqua scarseggiava ed era importante avere un luogo per poter abbeverare il bestiame.

Poi Abimelec, con Picol, capo del suo esercito, si alzò e se ne tornarono nel paese dei Filistei. 

Ora il patriarca è in buoni rapporti con il vicinato, perciò desidera rimanere in quel luogo per lungo tempo. A tale scopo pianta un albero in grado di dargli ombra nei mesi caldi. Vive in quel luogo molto tempo e dà testimonianza della sua fede, adorando Dio pubblicamente.

33  E Abraamo piantò un tamarindo a Beer-Seba e lì invocò il nome del SIGNORE, Dio dell’eternità. 34  Abraamo abitò molto tempo come straniero nel paese dei Filistei.

Dio dell’eternità, EL OLAM. Già si era rivelato ad Abramo con altri due nomi:

EL SHADDAJ, l’Eterno onnipotente,

EL ELION, l’Iddio Altissimo

per rivelare il suo carattere.

Quindi: i due uomini pagani si allontanano, Abramo invoca il Signore ed Egli si rivela quale Dio dell’eternità, del passato, del presente e del futuro.

Anche il luogo, Beer Sceba, è molto significativo nella Bibbia, poiché grandi avvenimenti vi accaddero nella vita di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e del popolo di Israele in generale.

Abramo vi dimorò per molto tempo, forse per più di 10 anni; ciò fa riflettere sull’esempio da dare ai figli: se siamo persone che abitualmente pregano, leggono la Bibbia ed invocano il nome di Dio, con ogni probabilità avremo figli che faranno altrettanto.

Proverbi 22: 6.   Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà. 

I figli ci osservano in ogni istante della nostra vita e ci copiano.  Infatti, anche Isacco e Giacobbe seguirono l’esempio dato da Abramo in varie circostanze.

Ad esempio: due volte Abramo ha affermato che Sara era sua sorella, nel tentativo di salvare la propria vita.

Anche Isacco si comporta allo stesso modo:

Genesi 26:7-9.  Quando la gente del luogo gli faceva delle domande intorno a sua moglie, egli rispondeva: «É mia sorella», perché aveva paura di dire: «É mia moglie». «Non vorrei», egli pensava, «che la gente del luogo mi uccida, a causa di Rebecca». Infatti lei era di bell’aspetto. 8  Mentre era là da molto tempo, avvenne che Abimelec, re dei Filistei, si affacciò alla finestra e vide che Isacco scherzava con Rebecca sua moglie. 9  Allora Abimelec chiamò Isacco e gli disse: «Certo, costei è tua moglie; come mai dunque hai detto: "É mia sorella"?» Isacco rispose: «Perché dicevo: "Non vorrei essere messo a morte a causa di lei"». 

Anche Giacobbe, in Genesi 27: 19 mente circa la propria identità per ricevere la benedizione del padre riguardo alla primogenitura.

19  Giacobbe disse a suo padre: «Sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai detto. Alzati, ti prego, mettiti a sedere e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». 20  Isacco disse a suo figlio: «Come hai fatto a trovarne così presto, figlio mio?» E quello rispose: «Perché il SIGNORE, il tuo Dio, l’ha fatta venire sulla mia via». 21  Allora Isacco disse a Giacobbe: «Avvicìnati, figlio mio, e lascia che io ti tasti, per sapere se sei proprio mio figlio Esaù, o no». 22  Giacobbe s’avvicinò a suo padre Isacco; e, come questi lo ebbe tastato, disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le mani sono le mani d’Esaù». 

Giacobbe eredita le benedizioni di Dio, già predette al momento della sua nascita, attraverso la menzogna e questo non è certamente il volere dell’Eterno; Egli, infatti, avrebbe mantenuto quanto promesso a suo tempo e a suo modo.

Alcuni hanno emulato i genitori nel positivo:

Abramo invoca il nome dell’Eterno, il Dio dell’Eternità, a Beer-Sceba ed in quello stesso luogo Isacco incontra l’Eterno:

Genesi 26: 23-25.   Poi di là Isacco salì a Beer-Seba. 24  Il SIGNORE gli apparve quella stessa notte e gli disse: «Io sono il Dio d’Abraamo tuo padre; non temere, perché io sono con te e ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza per amore del mio servo Abraamo». 25  In quel luogo egli costruì un altare, invocò il nome del SIGNORE e vi piantò la sua tenda. E i servi d’Isacco vi scavarono un pozzo. 

Per tanto tempo Abramo aveva adorato a Beer-Sceba e suo figlio si comporta nello stesso modo.

Guardiamo ora Giacobbe:

Genesi 46: 1-3.

  1. Israele (Dio cambia nome a Giacobbe, che vuol dire “usurpatore” con Israele, che significa “principe con Dio”) partì con tutto quello che aveva e, giunto a Beer-Seba, offrì sacrifici al Dio d’Isacco suo padre. 2  Dio parlò a Israele in visioni notturne, e disse: «Giacobbe, Giacobbe!» Ed egli rispose: «Eccomi». 3  Dio disse: «Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché là ti farò diventare una grande nazione. 

I figli seguono l’esempio dei genitori, in positivo e in negativo e devono essere protetti in questo mondo colmo di malvagità. Siamo persone di preghiera, che si inginocchiano davanti a Dio, oppure, ad esempio, dedichiamo il nostro tempo davanti alla tv?

Leggiamo la Bibbia o il giornale sportivo?

Parliamo ai figli di Dio o commentiamo i programmi televisivi?

Andiamo regolarmente in chiesa, oppure viviamo questo impegno con pesantezza?

I figli non seguono le nostre parole, ma l’esempio concreto che diamo.

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