1 Samuele 7

1 Samuele 7
Craig Quam

Cap. 7

In questo capitolo troviamo Israele che non ha un buon rapporto con Dio poiché moralmente non ha mutato il proprio atteggiamento. Viene narrato di Samuele, il quale è eletto giudice e rivestì tale incarico per ultimo. Lo troviamo avanzato negli anni mentre cerca di eliminare l’idolatria dal suo popolo, di promuovere la fede tra gli Israeliti, di pregare per loro in quanto in lotta con i Filistei, di erigere un monumento per ringraziare Dio per la vittoria accordata, di amministrare la giustizia.

L’arca ritorna a Israele, e Israele ritorna al Signore.

Vs. 1. Allora gli uomini di Kiriath-Jearim vennero, portarono su l’Arca dell’Eterno e la collocarono in casa di Abinadab sulla collina, e consacrarono suo figlio Eleazar perché custodisse l’Arca dell’Eterno. 

Gli abitanti di Beth-Scemesh consideravano l’Arca come un fardello, mentre nella nuova collocazione alcuni uomini approfittano delle benedizioni della presenza del Signore e comprendono che è necessario santificarsi per vegliare sull’Arca. Questo tesoro loro affidato fu fedelmente conservato nei campi di Jaar (Salmo 132:6. Ecco, ne abbiamo sentito parlare in Efratah, l’abbiamo trovata nei campi di Jaar.) per circa quarant’anni, fino a quando Davide non la portò via (1 Cronache 13:6). Immediatamente l’accolgono con gioia e per lei preparano una collocazione decorosa, come è doveroso fare per un ospite benvenuto e soprattutto di riguardo. Non avendo un edificio pubblico nel quale porla, utilizzarono la casa di Abinadab, che si trovava nella zona più alta della città e che probabilmente era la casa migliore. Si noti come a Beth-Scemesh, città di sacerdoti, sia stata posta sopra ad una roccia e non accolta in casa da alcuno, mentre qui a Kiriath-Jearim, abitata da comuni Israeliti, sia stata ospitata in modo convenevole,  situata nella casa migliore e probabilmente anche nella stanza arredata nel modo più adeguato. Dio troverà sempre una dimora per la sua Arca e, anche quando alcuni la allontanano, Egli susciterà in altri il desiderio di accoglierla.

Scelsero anche la persona più adatta per la sua custodia, ossia Eleazar, un giovane pio e devoto. Sembra che egli dovesse far sì che nessuno potesse trafugarla né aprirla, prendersi cura della stanza nella quale era posta ed anche delle persone che si recavano a pregare. 

Vs. 2. Da quando l’arca era stata posta a Kiriath-Jearim, era trascorso molto tempo; erano passati vent’anni e tutta la casa d’Israele si lamentava con l’Eterno. 

Certamente l’Eterno desidera tornare in mezzo ad Israele, ma quest’ultimo deve cambiare moralmente. L’Arca è posta in un terreno consacrato ormai da 20 anni, tuttavia le relazioni tra Dio e il suo popolo non sono mutate poiché quest’ ultimo non è pentito del proprio comportamento. Gli dèi stranieri e gli idoli sono ancora ad Israele, mentre l’Arca è a Kiriath-Jearim! Il tempo del cambiamento della coscienza del popolo è molto lungo, e per questo il Signore non può ancora manifestare la sua potenza sul popolo che ama e protegge.

Intanto, però, Israele si lamentava per la mancanza della presenza di Dio, cosa per lui fondamentale, e questo è già un buon segno. Quando il popolo sente la mancanza della presenza dell’Arca sono passati già vent’anni e per tutto questo tempo essi non hanno mostrato alcuno zelo per le cose di Dio. Di questo stato di cose cominciano a lamentarsi con l’Eterno stesso, mentre il problema era nato proprio da loro e non era certamente voluto dal Padre.

Vs. 3. Allora Samuele parlò a tutta la casa d’Israele, dicendo: "Se tornate all’Eterno con tutto il vostro cuore, togliete da mezzo a voi gli dèi stranieri e le Ashtaroth e tenete il vostro cuore fermo nell’Eterno e servite a lui solo, allora egli vi libererà dalle mani dei Filistei". 

Appena si intravedono i primi segni di pentimento, ecco Samuele che parla per bocca di Dio e richiama il popolo al ravvedimento. Per tornare all’Eterno è necessario tagliare ogni legame con il male, e solo successivamente è possibile servire Dio. Il risultato di tale operazione è la liberazione da ogni contatto con il male. Quindi, andando da un luogo ad un altro, come un predicatore itinerante, Samuele cerca di far sì che gli Israeliti prendano le loro distanze dagli idoli, eliminandoli da tutto il paese. Il ritorno a Dio deve essere totale e compiuto con un cuore deciso. 

Vs. 4-5. Così i figli d’Israele tolsero via i Baal e le Ashtaroth (Astante era l’idolo preferito) e servirono solamente l’Eterno. 5  Poi Samuele disse: "Radunate tutto Israele a Mitspah" e io pregherò l’Eterno per voi". 

Il parlare di Samuele, fedele servitore, è particolarmente benedetto, poiché ha sulla gente un effetto determinante. Tutto il popolo viene radunato e Samuele, servitore dell’Eterno, prega per loro. Infatti, la preghiera, frutto della sua intimità con Dio, è un carattere peculiare della sua vita. Di lui è detto nel Salmo 99:6: Mosè ed Aaronne furono fra i suoi sacerdoti, e Samuele fra quelli che invocarono il suo nome. Essi invocarono l’Eterno ed egli rispose loro. 

Israele si raduna a Mitspa. Come Ghilgal  al tempo di Giosuè era il luogo del radunamento, della circoncisione, del giudizio della carne per ottenere la vittoria, Mitspa  è, nel periodo dei Giudici, il luogo abituale del radunamento, dopo che l’angelo abbandonò Ghilgal per andare a Bokim, luogo dei pianti, a causa della rovina definitiva. Mitspa è il luogo del pentimento, senza il quale non vi è vittoria. Qui Israele, sotto Eli, non aveva trovato altro che sconfitta, poiché vi si era recato senza aver lavorato sulla propria coscienza, fatto che avrebbe potuto riabilitarlo. Nella rovina, quindi, Mitspa vale tanto quanto Ghilgal; là si impara a non basare la propria fiducia nell’uomo, ma soltanto nell’Eterno.

Vs. 6. Così essi si radunarono a Mitspah, attinsero acqua e la versarono davanti all’Eterno; quindi in quel giorno digiunarono e là dissero: "Abbiamo peccato contro l’Eterno". Samuele giudicò i figli d’Israele a Mitspah. 

Comprendono di aver peccato contro Dio, in quanto hanno compiuto il passo liberatorio di togliere via gli idoli stranieri.

Subito si verificano tre frutti del loro pentimento:

- spargono dell’acqua davanti a Dio, segno del loro pentimento circa la debolezza compiuta nei confronti del Signore. 

  2 Samuele 14:14. Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata in terra, che non      si può raccogliere, ma DIO non toglie la vita, ma escogita il modo col quale chi è in esilio non rimanga lontano da lui. 

Salmo 22:14. Sono versato come acqua, e tutte le mie ossa sono slogate il mio cuore è come cera che si scioglie in mezzo alle mie viscere. 

  • digiunano

  • confessano a Dio il male commesso.

Questi frutti sono il risultato dell’intercessione di Samuele.

I Filistei sconfitti a Eben-Ezer.

Vs. 7. Quando i Filistei seppero che i figli d’Israele si erano radunati a Mitspah, i principi dei Filistei salirono contro Israele. Quando i figli d’Israele udirono ciò, ebbero paura dei Filistei. 

Il nemico non apprezza l’adunanza di Israele e si spaventa, sospettando che essa sia un consiglio di guerra e non, invece, un incontro finalizzato alla preghiera e al pentimento. Anche il popolo eletto ha paura poiché non ha ancora la certezza che Dio sia con loro. Tuttavia quello era proprio il momento migliore per ricevere un attacco da parte del nemico poiché, essendosi pentito, Israele era di nuovo sotto l’ala potente del Signore e, pertanto, non aveva nulla da temere. L’Eterno, inoltre, utilizzò il momento per benedire il suo popolo con segni che confermavano le parole di Samuele, liberando Israele dalle mani del nemico.

Vs. 8. Allora i figli d’Israele dissero a Samuele: "Non cessare di gridare per noi all’Eterno, il nostro DIO, perché ci salvi dalle mani dei Filistei". 

Comprendono che la loro salvezza dipende dall’intercessione di Samuele e dall’operare di Dio, sottomettendosi a Lui. Samuele non era un guerriero né un uomo valoroso, tuttavia la sua comunione con Dio era determinante in quel momento. Il popolo è disarmato ed impreparato alla guerra; dispone solamente delle preghiere e ad esse fa ricorso con tutte le sue forze. Allo stesso modo, chi si sottomette a Cristo può essere certo dell’efficacia del suo intercessore. Il popolo desidera le preghiere di Samuele, attribuendo ad esse la stessa importanza che ebbe l’intercessione di Mosè nella battaglia contro Amalec, quando anche il minimo abbassare delle braccia da parte del patriarca era motivo di sconfitta.

Vs. 9. Così Samuele prese un agnello di latte e l’offerse intero in olocausto all’Eterno; Samuele gridò all’Eterno per Israele, e l’Eterno lo esaudì. 

Samuele offre un olocausto a Dio, il quale gradisce l’offerta poiché il popolo ha accettato il sacrificio. Solo in questo modo Samuele può essere l’ “avvocato” del popolo.

Anche noi abbiamo un avvocato presso il Padre: 1 Giovanni 2:1-2. Figlioletti miei, vi scrivo queste cose affinché non pecchiate; e se pure qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo il giusto. 2  Egli è l’espiazione per i nostri peccati; e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. 

Dio è disponibile nell’accettare il dono del popolo per mano di Samuele, in quanto Egli è sempre dalla parte dell’uomo: ha dato il suo unico figlio per salvare l’umanità che si pone nelle sue mani.

Dio esaudisce le preghiere del suo servo, il quale era a sua volta la risposta alla preghiera di sua madre.

Vs. 10-11. Mentre Samuele offriva l’olocausto, i Filistei si avvicinarono per assalire Israele; ma l’Eterno in quel giorno tuonò con grande fragore contro i Filistei e li mise in confusione, ed essi furono sconfitti davanti a Israele. 11  Gli uomini d’Israele uscirono da Mitspah, inseguirono i Filistei e li batterono fin sotto Beth-Kar. 

Mentre Samuele sta ancora pregando, l’Eterno sconfigge i nemici del suo popolo, il quale non ha altro da fare che inseguire un nemico battuto. Tutto l’aiuto viene da Dio, ma la vittoria nasce dall’impiego della fede.

Israele vince totalmente e prova immediatamente il piacere del pentimento e della conversione. Coloro che sono con Dio non possono essere abbattuti da alcun nemico.

Vs. 12. Allora Samuele prese una pietra la eresse tra Mitspah e Scen e la chiamò Eben-Ezer dicendo: "Fin qui l’Eterno ci ha soccorso". 

Samuele constata l’intervento da parte di Dio e pone una pietra in ricordo dell’avvenimento. In questo momento tale luogo riceve il nome di Eben-Ezer, ovvero “pietra dell’aiuto”. Se in futuro il popolo di Israele avrebbe indurito il cuore e dimenticato l’intervento miracoloso da parte di Dio, allora quella pietra avrebbe  stimolato il ricordo e testimoniato del fatto avvenuto.

Il luogo in cui fu eretto tale cumulo commemorativo era lo stesso presso il quale venti anni prima il popolo era stato sconfitto dai Filistei (1 Sam. 4:1), segno che il peccato che aveva causato la sconfitta era stato perdonato. Samuele rende grazie a Dio e tributa a Lui solo la gloria della vittoria.

Vs. 13. Così i Filistei furono umiliati e non tornarono più ad invadere il territorio d’Israele; e la mano dell’Eterno fu contro i Filistei per tutto il tempo di Samuele. 

Samuele fu un personaggio prezioso per Israele, avendoli separati dagli idoli, riportati a Dio ed ora posti in grado di ricevere molte benedizioni anche in futuro. Durante il suo governo fu rispettata la Pasqua, nonostante l’Arca fosse lontana e Sciloh in rovina. Grazie a lui si visse un periodo di pace, in quanto i nemici temevano la mano di Dio. Egli fu il protettore del suo popolo solamente mediante la preghiera. La fede in Dio è un potente scudo.

Vs. 14.  Anche le città che i Filistei avevano preso a Israele ritornarono a Israele, da Ekron fino a Gath. Israele liberò il suo territorio dalle mani dei Filistei. E vi fu pace fra Israele e gli Amorei.

Il nemico è totalmente sconfitto e lo resterà anche in futuro. Israele riconquista tutti i suoi diritti e prospera, vivendo un periodo di pace con i popoli nemici.

Abbiamo visto Samuele profeta, sacerdote, intercessore e giudice. La sua attività per il Signore e per il popolo prosegue incessantemente:

vs. 15-16.  Samuele fu giudice su Israele per tutto il tempo della sua vita. 16  Ogni anno egli faceva il giro di Bethel, di Ghilgal e di Mitspah ed esercitava l’ufficio di giudice d’Israele in tutti questi luoghi. 

Segue il popolo dal punto di vista morale e lo rimprovera per i peccati. Insegna i precetti di Dio e giudica chi li sovviene, anche dopo l’elezione di Saul come re. Si occupava dei tribunali minori, nei quali assolve o condanna i prigionieri in base alla Parola di Dio. Giunto alla vecchiaia, rassegnò le dimissioni nelle mani di Saul, dopo di che continuò a giudicare solamente quando veniva consultato. Stabilì tribunali nelle città di Betel, Mitspa e Ghilgal, tutte della tribù di Beniamino. 

Vs. 17.  Poi ritornava a Ramah, perché là era la sua casa. Là giudicava Israele e là edificò un altare all’Eterno. 

Samuele risiedeva a Ramah, città di suo padre, nella quale accorrevano tutti coloro che desideravano la risoluzione ai propri casi.

Edifica un altare a Dio poiché prostrarsi davanti a Lui fu la caratteristica primaria del suo servizio. Egli era anche un fervente adoratore.

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1 Samuele 5-6

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